Giona#02: la recensione di Serena Alessi

Su CriticaLetteraria Serena Alessi ha recensito il numero 2 di Giona, Le solitarie. Ecco un estratto:

I testi di questo numero di Giona hanno una lingua, un gusto, un descrivere antichi ma potenti, pieni di fascino. Perfino i nomi propri lo sono: Vastiana, Zeffirino, Pasquetta – i poveri, tutti senza cognome – e poi Parisina Guidi, Regina Polo, Fernando Altoviti. Si percepisce in tutti i racconti, anche in quelli in cui non c’è nessun dettaglio storico, la descrizione di un’Italia ancora molto giovane, fatta anche da donne, che siano campagnole del sud o operaie del nord. E la rivista si è incaricata di un grandissimo compito con questo numero: quello di ripubblicare nomi ingiustamente dimenticati o quasi di un periodo in cui ancor più che in altri giganteggiano nomi maschili (Ada Negri è l’unica parziale eccezione, dato che è stata oggetto di interesse della critica negli ultimi anni). 

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Darsi del tu: un articolo di Pietro Verri

Il Tu, Voi, e Lei.

Gli antichi Italiani, ne’ tempi ne’ quali da Roma si spedivano i Decreti all’Inghilterra ed alla Siria, parlandosi l’un l’altro, usavano la seconda persona singolare, e così scrivendo Orazio ad Augusto diceva:

Godi piuttosto un nobile trionfo,
Ed udirti acclamar Principe, e Padre:
Né inulto cavalcar veggasi il Parto
Te Duce Augusto.

Né altro modo di conversare era in que’ tempi conosciuto in Italia. Credevasi allora che i precetti dell’urbanità non fossero giammai violati dalla natura delle cose, e perciò, per disegnar la persona sola, alla quale si parlava, dicevasi Tu. Noi, che grazie al Cielo, abbiamo degli oggetti che ci occupano assai più vasti di quelli che non avevano gli antichi Italiani, noi che per conseguenza siamo Uomini d’una importanza altrettanto maggiore, non soffriamo che ci venga dato del Tu; e la ragione si è, perché ciascuno di noi vale almeno per due, onde in tutta confidenza ci vien dato del Voi, anzi malcontenti di valer per un paio, esigiamo con ogni ragione, che nessuno ardisca d’indirizzare il discorso né supponendoci uno né supponendoci più d’uno, ma bensì che si parli alla nostra Signoria. Noi propriamente siamo tanti Sultani, e chi ci parla non deve osar di parlare a noi ma deve esporre i suoi pensieri alla nostra inseparabile Signoria, che fa l’ufficio di Gran Visir. I Tedeschi sono andati ancora più oltre di noi, poiché sembrando troppa modestia la creazione d’un solo Gran Visir, hanno creati molti Gran Visir per un Sultano solo, e così parlano sempre a loro terza persona del numero plurale. Da queste vaghe invenzioni de’ nostri antenati ce n’è venuto il vantaggio di trovarci in continua dissensione colla grammatica, di dover rendere le idee nostre con infiniti giri di parole, di snervare sensibilmente tutto ciò che vogliam dire, e di tassellare il discorso con moltissime riempiture, che non contengono veruna idea. Nello scrivere poi con tante raffinatissime invenzioni è cosa da rovinar un galantuomo, perché bisogna supplicare divotamente la Sua Signoria a concederci l’onore de’ riveriti suoi comandamenti e la gloria di protestarci divotissimi ed obbligatissimi servitori, cose tanto gentili e belle, che se le trovassimo scolpite sulle Piramidi d’Egitto da que’ Scultori medesimi che adoravano le Cipolle, i Cocodrilli e i Buoi, ancora dovrebbero parere strane alla ragione. Se a Tullio, allorché faceva la soprascritta delle sue lettere in questi termini: A Cesare Imperatore, avesse taluno detto, sappi Tullio, che da qui a diciotto secoli in questo luogo stesso, ove tu scrivi, si dovrà al più meschino avvocatello scrivere così all’Illustrissimo Signore Padrone Colendissimo il Signor Avvocato Tale, che avrebbe mai pensato il Consolare Tullio in que’ tempi? I Francesi, e gl’Inglesi si sono dipartiti dalla ragione meno di noi; ma i Francesi camminano già alla terza persona di gran galoppo; e i più naturali e costanti nel bene su questo articolo fralle Nazioni a noi vicine sono i Napoletani.

Se io scrivendo a un Gentiluomo dicessi per esempio così: Sappi ch’io stimo la tua virtù, bramo la tua amicizia, desidero di provartelo, addio: qual inurbanità, o licenza potrebbe mai rimproverarsi al mio stile! Eppure son costretto a esprimere presso poco questi miei pensieri con questa faraggine di palloni da vento: Prego V. S. Illustrissima ad essere persuasa ch’è profondissima in me la stima delle nobili sue virtù, che sarei felice se potessi ottenere l’onore della sua grazia, e che qualunque volta la medesima si degnerà concedermi le occasioni per contestarle la verità di questo mio riverente desiderio, Ella accrescerà que’ titoli in me, pe’ quali ho la gloria di dirmi divotissimo obbligatissimo Servitore. La metà per lo meno di queste parole sono vuote di senso, e la terza parte sono bugie; il Gentiluomo che riceve la mia lettera, la considera come un foglio di carta sporcato d’inchiostro, secondo si usa, me ne spedisce un altro sullo stesso conio, e con questa mutua maniera di scrivere si rimane sempre sul liminare della corrispondenza senza entrarvi mai.

Dico di più, che lo stile diventa talmente languido, che non è possibile l’esprimere bene e nobilmente con esso verun pensiero un po’ superiore alle volgari officiosità. Questa verità la sentono a prova tutti gl’Italiani che vogliono nella lor lingua scrivere conservando un carattere elevato. I Tragici singolarmente sono nella necessità di ricorrere alla semplicità antica per sostenere con dignità il Dialogo:

Signor che pensi? In quel silenzio appena
Riconosco Caton. Dov’è lo sdegno etc.

così si parla a Catone. Se invece l’Autore avesse detto che pensate o Signor? Ognuno sente quanto sia meno augusta questa seconda maniera di parlare. Se poi invece dicesse: Che pensa vostra Eccellenza Signor Don Catone? la Tragedia farebbe ridere assai. Questa prova facciasi su mille altri esempi, e troverassi che sostituendo il nostro Voi, o Lei al Tu, che ci detta la natura, ogni più bel discorso deve necessariamente snervarsi.

I quaker1 fralle molte stravaganze che hanno voluto immaginare, hanno però questo di buono ch’essi non parlano altrimenti a veruno, né a veruno scrivono che in seconda persona singolare. Scriveranno essi al Re in questi termini:

Sire
Ci rallegriamo del tuo avvenimento al Trono, sappiamo che tu sei giusto, che sei illuminato, che sei clemente, onde renderai cospicuo il tuo Regno, e memorabile presso i posteri per la felicità pubblica. Possa tu godere per molti anni delle benedizioni nostre, e della gloria di aver beneficata l’umanità. Il nostro amore, e la fedeltà nostra per la tua Real Persona sono eguali alle luminose tue virtù. Tai sono i veri sentimenti de’ fedeli tuoi Sudditi.

Così si scriveva a Cesare, ad Augusto, ed agli altri Imperatori, mentre l’Impero Romano comprendeva buona parte d’Europa, e s’estendeva sull’Asia, e sull’Affrica. Pare che col tempo a misura che son venute meno le cose, sieno diventate più ampollose le parole, e che gli Uomini abbiano cercato di farsi una illusione con ciò, e nascondersi il proprio decadimento. Le formalità in ogni genere sono sempre tanto più care e imprescindibili, quanto è minore la vera forza fisica.

Un certo Signor Agapito Stivale discendente da quattro, o cinque oziosi, che avevano consumato il grano di alcune pertiche di terra, vivendo oscuramente in un Villaggio, e che perciò si credeva nobile, ricevette una lettera curiosa, e nella soprascritta vi stava così. Al conosciutissimo che comanda, che ha diritto di comandare, da coltivarsi moltissimo, che comanda Agapito Stivale. Il Signor Agapito fu meravigliatissimo per tutto questo caos di roba, e ciascuno de’ miei Lettori lo sarà al pari del Signor Agapito, fin tanto che non faccia la seguente riflessione, che conosciutissimo rassomiglia molto a Illustrissimo, che Signore è quello che comanda, che Padrone è quello che ha diritto di comandare, e finalmente che colendissimo è la stessa cosa che il dire da coltivarsi moltissimo; e la stessa impressione che faranno i titoli dati al Signor Agapito a tutti noi, la devono fare presso i Forestieri i titoli ordinari delle nostre lettere, e probabilmente la faranno anche presso gl’Italiani, che verranno dopo di noi. Io vado sperando che torneranno gli Uomini ad essere una unità, ed a non vergognarsi d’esser Uomini; più la coltura dell’ingegno s’avvanza, e più ci accostiamo a quella vera e dolce urbanità, che consiste semplicemente nel non cagionare dispiacere o disagio ad alcuno, conformando liberamente i modi nostri alla natura delle cose, e non contorcendo né la persona, né la lingua, né i pensieri su i modelli ereditati. Allora si scriverà, e si parlerà come esige la ragione. Frattanto conviene avere la santa flemma, e presentare le nostre imbarazzatissime circonlucuzioni alle Signorie, acciocché le passino agli Uomini possessori di quelle Signorie, e lasciar che la grammatica si lagni se scriviamo in femminino anche agli Uomini Ella sa, Ella ben conosce ecc. E indirizzare le nostre lettere agli Illustrissimi Signori, Signori Padroni Colendissimi, poiché tali mutazioni sono l’opera del tempo, non mai della ragione.

Pietro Verri (pubblicato su “Il Caffè”, 1765)

1Quaccheri.

Il posto dei vecchi, di Ada Negri

Pubblichiamo un racconto di Ada Negri (1870-1945), tratto dal numero 2 di Giona, Le solitarie.

Il posto dei vecchi (da Le solitarie, 1917)

Feliciana non provò grande sorpresa, né grande commozione, quando, un giovedì, nell’ora delle visite agli infermi, alla sua solita domanda l’impiegato di turno all’ospedale rispose a muso duro, senza preamboli, scartabellando un registro:
— Il numero cinquantanove?… della corsia San Giuseppe?… è morto stanotte.
Quel burocratico della beneficenza, grazioso come un porcospino, aveva fatto benissimo a risparmiarle le condoglianze.
Già da qualche mese, in un angolo della sua camera in via Vetere, ella accendeva quotidianamente un lumicino dinanzi all’immagine della Madonna di Caravaggio; e lei sola ne sapeva il perché, lei sola custodiva il voto. Ed ecco, la Madonna aveva compiuto il miracolo necessario: aveva tolto alla vita e all’osteria Gigi Fracchia detto Rossini, popolare nelle taverne di porta Ticinese per la sua splendida voce tenorile e per la burlesca e parolaia prodigalità, colla quale gettava nel fondo paonazzo dei bicchieri i suoi guadagni di vetturino pubblico e quelli di sua moglie, cucitrice di bianco.
La filosofia di Feliciana era dritta e logica: chi è inutile è dannoso, chi è dannoso deve morire. Suo marito era morto in tempo. Per due bimbi piccoli, è ben più provvida una madre vedova, ma attiva e sana, che non lo siano cento padri beoni. E basta, di uomini, nella sua vita. Quell’uno, in sette anni di malinconica esperienza coniugale, gliene aveva lasciata la nausea. Avrebbe tirato il carro da sola, fino a quando le fossero bastate le forze; e allora i ragazzi, cresciuti ed a posto, avrebbero pensato a lei.
Tuttavia, convinta a ragione che i guadagni d’una povera cucitrice di bianco son troppo incerti e saltuari perché tre bocche possan fondare su di essi la certezza di vivere, Feliciana andò senza esitanze a raccomandarsi al cavaliere Agliardi — al quale da anni ed anni portava camicie e colletti per conto di un elegante magazzino, e che era proprietario d’una fabbrica di lanerie.
Il cavaliere Agliardi cadde dalle nuvole.
— Come, come, come?… (balbettava un poco, era il suo difetto e il suo incubo). Come, come, come?… Feliciana!… In una fabbrica, tu?… Ma non vedi quanto sei delicata?… Credi tu di resistere, in un inferno simile?…
La donnina che gli stava davanti aveva, infatti, l’aspetto minuscolo. Ma lo fissava con due larghi occhi lucenti di fosforo e d’energia: gli parlava con una larga bocca tagliata dritta sopra un mento sporgente. Maschera di resistenza: piccolo organismo d’acciaio, nel quale ogni molla era al proprio posto, ogni rotella funzionava a tempo, come nelle macchine di fattura perfetta.
Più che dalla compassione, il buon cavaliere fu vinto da un senso inconscio di rispetto per quella forza femminile foggiata, piegata a strumento di lavoro. E Feliciana potè entrare nell’officina; e qualche mese dopo diveniva assistente d’una squadra di tessitrici — per una lira e settantacinque centesimi al giorno.
Già. Una lira e settantacinque centesimi al giorno. Poiché il cavaliere Agliardi era buono; ma, allora, verso il milleottocentosettanta, le paghe femminili non salivano più in là. Se ne accontentava, la coraggiosa, pur d’essere sicura del pane. In quei tempi non si parlava ancora di cooperative operaie, di sindacati e di scioperi. Ed ella riusciva, in letizia, a bastar con quel denaro a se stessa ed ai figli, che, dopo la scuola, le venivan sorvegliati da una vicina. A se stessa?… Oh!… Una ciotola di pane e latte a mezzogiorno, una minestra o una fetta di polenta alla sera… Soleva dire ridendo: «Chi predica che questo non è sufficiente per vivere, mente per la gola: il resto è buono per l’asma e per la gotta».
Feliciana era magnificamente ottimista. Sul balcone della sua unica stanza fioriva un geranio scarlatto, ch’ella inaffiava alle cinque del mattino, prima di partire per l’opificio, e salutava la sera con dolci e gaie parole, quasi fosse la sua terza creatura. La domenica, a passeggio coi due monellucci pei magri campi polverosi fuori porta, cantava con voce fresca la canzonetta di moda, e da tutti i pori del corpo e dell’anima respirava la gioia del sole, del verde, di quelle poche ore di libertà.
E il tempo passò. Perché il tempo passa così rapido?… Quel che noi lasciamo indietro è sempre il meglio, anche quando è il dolore.
La donna si era insensibilmente assimilata al ritmo e alla qualità della sua giornaliera fatica. Era come se andasse e venisse con le spolette d’acciaio: come se accordasse le pulsazioni del cuore e dei polsi a quelle dei licci, dei brancali, delle leve, di quei piccoli e silenziosi bracci di macchina che sembrano moncherini dal gesto tragicamente preciso. Non poteva più immaginare la propria vita senza rotear di cinghioni sul capo, polvere di lana e odor d’olio rancido in gola, e l’amicizia rumorosa e cordiale dei compagni di fabbrica.
I figliuoli crescevano. Francesco, già a bottega, dimostrava felicissime attitudini alla meccanica e portava a casa un piccolo guadagno. Leonardo, nervoso, concentrato, intelligente, con la snella ossatura e la maschera energica della madre, s’era messo in testa di studiare, di divenir qualcuno; ed era entrato nelle scuole normali col sussidio governativo, dando lezioni per comperarsi i libri. Nel temperamento eccitabile, nell’ambizione repressa, nella fantasia di quel suo fanciullo Feliciana si riconosceva; così come vedeva riprodotta, nella robusta serenità di Francesco, la miglior parte di sé, l’ottimismo invincibile. La continuavano, forza tra le forze: era certa di trovare un giorno, in loro, il proprio riposo.
Ebbe tuttavia un muto, terribile periodo di crisi, fra i quarantacinque e i cinquant’anni. Non le sembrava più d’esser lei. Stanchezze improvvise l’abbattevano sul lavoro: insonnie aspre d’arsura, agitate da confusi incubi, la tenevan desta durante le lunghe notti, lasciandola, verso l’alba, e proprio quando doveva levarsi per correre all’officina, disfatta come un cencio. Cosa che non le era mai accaduta prima, e che l’opprimeva di vergogna, non poteva fissar gli occhi sulle larghe spalle o sulle massicce collottole de’ suoi compagni, senza sentirsene la carne turbata da brividi. Mani invisibili, ma delle quali aveva profonda la sensazione, le scorrevano lungo il corpo, gonfiato e appesantito da un misterioso travaglio interiore.
Soffriva. Scoppi di dissonanze isteriche partivan da lei, fino allora così uguale e serena. Si stringeva talvolta, perdutamente, ai figli, ormai pezzi di giovanotti, respirando con affannosa delizia il profumo di quelle fresche forze. Si sorprese, una notte, nel buio, a rimpiangere di non avere, qualche anno prima, accettato per secondo marito Gianni Forgia, il capotessitore, che per amor di lei si sarebbe volentieri sobbarcato anche il carico dei ragazzi. Lo capiva: le era necessario un uomo, la sua carezza e il suo pugno, la sua protezione e il suo dominio. Ma gli uomini non la guardavano più: ella era giunta all’età in cui la donna, disperatamente tesa verso l’amore con tutta la maturità della carne, non desta più il desiderio.
A poco a poco le insonnie cessarono, il sangue si calmò, i nervi si distesero in un opaco equilibrio, una rilassatezza giallognola fiaccò i muscoli del corpo e del volto — e Feliciana fu vecchia.
Vecchia; ma non invalida. Per dieci anni ancora il grande viale suburbano che conduceva alla fabbrica vide, più rapida il mattino, più lenta la sera, la piccolissima figurina avvolta nello scialle nero, con la nuda testa nimbata d’argento, con la bocca pronta al frizzo, all’affettuoso richiamo, al gaio ritornello, fra le schiere dei camerati. Solo quando una sciatica l’ebbe inchiodata, tra febbri e spasimi, all’ospedale, e ridotta da non poter quasi più reggersi in piedi, Feliciana abdicò. Senza un soldo di pensione, povera in canna, col solo abito che aveva indosso, ma lieta e fiduciosa come san Francesco, disse a’ suoi figli, aprendo le braccia in croce:
— Eccomi. Ho finito. Adesso tocca a voi. —

Francesco, il primogenito, le rispose:
— Vieni con me.
Era buono, Francesco; e guadagnava più di cinque franchi al giorno, in una fabbrica d’automobili. Non eran più i tempi nei quali Feliciana ringraziava Iddio di poter mantenere i bambini col lusso di una lira e settantacinque centesimi la giornata; ma tutto costava il triplo: pigione, carne, legumi.
E non era più libero, Francesco: aveva preso moglie: una sartina biondiccia, belloccia, energica, che lavorava in casa.
Le stanze eran tre: la madre dovette rassegnarsi a dormire in cucina, su una branda, dietro un paravento di cartone: poiché la cosidetta sala, attigua alla camera nuziale, serviva da laboratorio a Teresella durante il giorno, e da tinello la sera.
La cucinetta puzzava d’acquaio e di rinchiuso: l’unica sua finestrella a vetri smerigliati si schiudeva su una specie di pozzocortile, oscuro e sgretolato come lo sfogo di un carcere. Nel vecchio corpo indebolito, il giovine cuore d’allodola di Feliciana si strinse. Ella ripensò al vaso di geranio scarlatto sul balcone dell’alto nido pieno di sole ove s’era covati i suoi figli. Ora, in presenza di quell’estranea, di quella nuora dagli occhi taglienti e dalla faccia lentigginosa, sentiva bene di non essere a casa propria, sentiva bene che il figliuolo non era più suo.
Aiutava, come poteva, umilmente: rifacendo i letti, riordinando le stanze, rigovernando le stoviglie. Avrebbe anche voluto cucire e far da mangiare, canticchiando le sue canzoni; ma venticinque anni d’opificio e di dieta a pane, latte e polenta avevan ridotte a zero le sue abilità nell’ago e sui fornelli: e i malumori di Teresella, sempre furibonda contro il rincaro dei viveri e la pretensiosa grettezza delle clienti, le strozzavano il ritornello in gola. Povera donna!… Non poteva vincere, dentro di sé, la penosa impressione di essere, nella casa del suo primogenito, quasi una serva — certo una tollerata.
Ma Leonardo, dal grosso borgo dove aveva ottenuto un posto di maestro comunale, le scriveva: Pazienza, mammetta!… Presto verremo a prenderti!… Presto vivrai con noi!…
…Noi. Anch’egli non era più solo. La solita commedia: matrimonio immaturo, capitombolo dell’ambizione nel sentimento: il giovine poeta pallido d’estri e di sogni, costretto a concorrere col diploma d’onore ad una scuoletta di campagna, pur di trovar da vivere: il “colpo di fulmine” pei riccioli neri ed il fiorito linguaggio della collega maestrina: molti contrasti, molta retorica, una capanna ed il tuo cuore, i versi messi a dormire in un cassetto, l’uomo legato per la vita al bisogno quotidiano, con la catena da lui stesso ribadita al piede…
Ma Tittì compiva i quattordici mesi, Tittì cominciava a camminare sulle incerte gambucce un po’ storte; e Leonardo aveva riscritto alla mamma: Veniamo a prenderti, vivrai con noi.
Senza dolore ella Iasciò la cucinetta al quarto piano e le acri querimonie di Teresella, per andare a divenir la bambinaia di Tittì. Dio benedetto mille e mille volte!… C’era dunque ancor qualcuno al mondo, al quale poteva essere necessaria!…
Ebbe una cameruccia, questa volta, con la culla di Tittì accanto al letto. Si svegliava spesso, la bimba, durante la notte; e bisognava lasciar riposare tranquilla la nuora, che per ragioni d’economia non aveva voluto rinunciare all’impiego.
A Feliciana parve di ringiovanire, di rivivere i tempi lontani, in cui Francesco e Leonardo erano stati nient’altro che due batuffoli di carne morbida e rosea, tutti suoi. Aveva posto qualche vaso di cineraria e di garofano sul davanzale della finestra; la finestra s’apriva su campi e su cieli; Tittì balbettava le prime confuse parolucce; la vita era buona, il Signore era giusto.
Ma dopo Tittì venne Totò, e dopo Totò venne Bebè. Malgrado la retorica chiaro— di— luna, il poeta rientrato e la maestrina agrodolce e nervosa dimostravan d’essere prosaicamente, spaventevolmente prolifici. Due parti immaturi finirono col rovinar del tutto il già sfasciato organismo della giovine donna, e le impedirono di continuar la scuola. A trentacinque anni ella era irriconoscibile, vittima d’una di quelle forme di squilibrio, che l’oscura, malefica perversità dell’utero ingenera in tante disgraziate.
Nella stretta casa le sei creature vivevano a ridosso, in promiscuità: urli di bambini, cieche e manesche collere della madre agitata dalla nevrosi, sfoghi di bile e crisi di misantropia dell’uomo sovraccarico di lavoro e di pesi morali: — e Feliciana, là in mezzo, viveva ancora.
La morte l’aveva dimenticata. Non possedeva di suo che il letto e un attaccapanni: il resto le era stato preso dai ragazzi. Quasi le mancavano i metri cubi d’aria necessari al respiro. Grandi e piccoli, con la prepotenza della loro rabbiosa vitalità, la serravano in una cerchia asfissiante, la spingevano involontariamente in là, su que’ suoi passi barcollanti e lentissimi, che intralciavano i giochi di Totò e le capriole di Bebè.
Mangiava, adesso, a parte, in una scodella speciale, zuppe di latte e di brodo, quantunque, coll’età, fosse divenuta golosissima della carne e dei legumi: ciò, da quando s’era accorta che la nuora le contava i bocconi in bocca, e che il faticoso masticar delle sue gencive vuote di denti dava nausea alla donna, divenuta un sol nervo spasmodico. Aveva oltrepassato i settantacinque, s’avvicinava all’ottantina.
Il curvo scheletro del suo corpo, solo ricoperto di pelle accapponata, conservava pure, in quella lenta mummificazione, un sangue ancor rosso, un cuore ancor valido, un cervello ancor vigile, un desiderio ancora appassionato d’esistere.
Il magnifico strumento d’attività ch’ella era stata, l’antica Feliciana padrona del mondo davanti ad un telaio in moto, tentava a volte di far rifiorire, sulle labbra incartapecorite della larva superstite, brani di allegre ariette; ma la voce non teneva più la nota, si spezzava a metà, in un umile e tremante miagolio.
Tra lo sfacelo, la sola fronte era rimasta incolume, senza una ruga, statuaria nel duro disegno quadrato. La luce di quell’anima coraggiosa s’era raccolta tutta nella fronte. Ma, se il sonno veniva a chiudere gli occhi impalliditi, e il capo si lasciava cader ciondoloni sull’esilissima e curva spalla, allora il volto, nel rilassamento dei muscoli, diveniva terribile. Dalla bocca storta e rientrante colava, alternato al respiro, un fischio unito ad un filo di bava: la fronte possente schiacciava la parte inferiore della tragica maschera carica di tutti gli anni vissuti, di tutte le fatiche affrontate, le battaglie vinte, le umiliazioni sofferte: il color terreo ad ombre verdastre, unito all’assenza dello sguardo, faceva pensare al cadavere.
Ma il sonno dei vecchi è ingannevole. Somiglia alla morte; ed è così leggero!… Feliciana pareva, sì, dormire; invece ascoltava, con l’orecchio rimasto fine come la vista… ed una sera tremò dentro, udendo queste parole tra figlio e nuora:
— Non parlare così. Non sai quel che dici. Infine è mia madre, mi ha allevato, ha allevato Tittì. Non posso cacciarla via.
— E chi ti dice di cacciarla via?… Se la pigli Francesco. È il primogenito, insomma. A novanta, a cento anni, colei sarà ancor viva. Tu lo vedi, qui non abbiamo più posto: Tittì ha bisogno della camera per impiantarvi il suo piccolo laboratorio di ricamatrice in oro: i bambini dormono in un bugigattolo: allargarsi non si può. Tocca a Francesco: ci pensi lui!…
— Francesco ha anch’esso due figli che non guadagnano l’acqua che bevono, per ora. Anch’esso, nella sua casa, litiga con lo spazio… Povera mamma!… Abbiamo pietà… sarà per poco!…
— Per poco?… per poco, tu dici?… Saluterà il centenario, quella tempra di bronzo. E come mangia!… e come gode di vivere!…
La voce malvagia, rompendosi in uno stridulo riso isterico, feriva il cuore di Feliciana, con punte acutissime d’aghi. Bisognava dunque morir per forza, perché non c’era più posto per lei?… E con qual coraggio la nuora aveva potuto affermare che ella godeva di vivere?… Non viveva, ecco, e non moriva. Era una sopravvissuta. La provvidenza dovrebbe, in tempo, concedere la buona morte ai vecchi poveri: concedergliela in premio, a lavoro finito, quando le energie di resistenza sono esauste, e i figli si son già messi in cammino.
Trangugiò in silenzio il tossico della nuova umiliazione: chiese ella stessa, più tardi, il favore d’essere ricondotta alla casa di Francesco. E rivide la grande città manifatturiera, e risalì, sorretta dai due figliuoli ormai canuti alle tempie, le ripide scale troppo pesanti al suo fiato; e tornò a rifarsi il lettuccio nell’angolo della stretta cucina dal puzzo d’acquaio. Gli occhi gelidi di Teresella le dissero senza reticenze quanto la sua misera persona quasi distrutta le fosse di peso.
Le cognate, che si odiavano, se l’eran scaricata a vicenda sulle spalle: gli uomini, deboli, nel dominio della moglie, tacevano e tolleravano; ed ella non viveva e non moriva.
La lotta per lo spazio e per il pane tendeva il nerbo d’ogni discorso, d’ogni gesto, in quell’angusto appartamento senza sole. Giornali socialisti, dal titolo e dai caratteri di fiamma, vi entravano, fra le mani dei robusti adolescenti e dei loro compagni di laboratorio e di lega. La sera, intorno alla tavola, sotto il giallo becco del gas, per bocca loro, con frasi balzanti e frementi, si ricomponeva la società secondo un magnifico assetto ideale. Tutti ricchi ad un modo!… Tutti lavoratori!… E un pugno di terra in ogni bocca inutile!…
Feliciana, dimenticata in un angolo, colla fronte di marmo giallognolo china sul petto, ascoltava, in silenzio, avvilita. Anche la sua era una bocca inutile. Era tempo di chiuderla con un pugno di terra, con due, tre, cento palate di terra, l’una sopra l’altra.
E venne, la morte. Tanto la chiamò che venne, una sera in cui, dormendo cogli occhi, ma non cogli orecchi, aveva udito figli e nipoti discorrere d’un ospizio di cronici dove l’avrebbero presto collocata, grazie all’alta protezione del principale di Francesco. Cambiare ancora, ridiscender le scale, dormire in un letto di carità, vivere fra suore dalla tonaca grigia, diventare una mendicante numerizzata…
No, no. — Tanto pregò la morte, che la morte venne. E se la portò via quietamente, a due ore di notte, senza un sussulto, nella visione d’un geranio scarlatto fiorito sul davanzale d’una finestra solatìa.
All’alba, dinanzi al cadavere già stecchito nel lettuccio in cucina, il senso della liberazione fu nei familiari così pronto ed intenso, che parve dolore, e ne assunse le forme più rumorose e commosse. Giunse Leonardo con la moglie e la nidiata. Le due cognate vegliarono tutta una notte la morta, ubriacandosi di caffè; ma la morta non le vide, era già lontanissima.
Il funerale riuscì magnifico, tanto più ch’era di domenica: gran numero d’operai, camerati di Francesco, lo seguiva, con viso di circostanza, feltro nero e cravatta rossa.
E l’un d’essi tenne, al cimitero, dinanzi alla cassa, un discorso: un discorso eloquente, pieno di paroloni terminanti in a, che strappò molte lagrime, e per poco non fu applaudito da tutti i presenti.
E la cassa, così piccina, così leggera che un bimbo l’avrebbe potuta portare, fu calata nella fossa e ben ricoperta con la buona terra umida e fresca, che non rimprovera il loro sonno ai morti. E Feliciana trovò finalmente il posto ove solo possono riposare i vecchi poveri, quando i figli si son messi in cammino, il lavoro è compiuto e le forze non reggono più.

 

Biografia di Ada Negri

Nacque a Lodi il 1870 e crebbe nelle due stanze della portineria di palazzo Barni, dove lavorava sua nonna materna e dove vivevano anche i suoi genitori. Suo padre Giuseppe morì quando Ada aveva appena un anno, e quando sua nonna dovette lasciare il lavoro di portinaia, la famiglia si trasferì a vivere nel sottotetto del palazzo. Diplomatasi nel 1887, divenne insegnante elementare a Motta Visconti (Pavia). L’anno seguente cominciò a scrivere i primi componimenti poetici, che vennero pubblicati su alcune riviste. Nel 1892 uscì la prima raccolta poetica, Fatalità, che ebbe successo di pubblico e di critica. Anche a seguito di questo fu nominata professoressa per decreto ministeriale, e iniziò ad insegnare alla scuola normale Gaetana Agnesi di Milano. Qui entrò in contatto con l’ambiente del socialismo riformista, che la elesse a paladina degli ultimi e degli oppressi, spesso protagonisti delle sue liriche. Nel 1895 uscì Tempeste, altra raccolta poetica e altro successo. Nel 1896 sposò Giovanni Garlanda, impresario di Biella, che le diede due figlie (ma la seconda morì dopo appena un mese). Nel 1904 pubblica la raccolta Maternità. Con Ersilia Majno fondò l’Asilo Mariuccia per il ricovero e la tutela delle minorenni dedite alla prostituzione. Iniziò quindi a scrivere articoli e reportage per il “Corriere della Sera”, nella rubrica “Cronache del bene”. In seguito alla crisi del suo matrimonio, lasciò Milano per trasferirsi a Zurigo insieme a sua figlia Bianca, per poi fare ritorno nel 1914, alla vigilia della prima guerra mondiale. Negli anni seguenti si distaccò progressivamente dal socialismo, avvicinandosi al fascismo. Nel 1917 pubblicò Le solitarie, prima raccolta di racconti a cui seguirono il romanzo autobiografico Stella mattutina (1921) e altre raccolte di prose che fondevano invenzione e autobiografia: Finestre alte (1923), Le strade (1926), Sorelle (1929). Parallelamente proseguì l’attività poetica, con Il libro di Mara (1919), ispirato da una nuova e infelice storia d’amore. Nel 1940 fu la prima donna a diventare accademica d’Italia, carica che di fatto la consacrò come intellettuale di regime. Trascorse gli ultimi anni nell’isolamento: la sua ultima raccolta poetica, Fons amoris (1947) segna il sopravvento delle tematiche religiose. Morì a Milano nel 1945.

Articoli e materiali online

Il protagonismo femminile nell’opera di Ada Negri (di Elisa Gambaro, in pdf)
LE POETESSE D’ITALIA: Ada Negri 1870-1945 di Anna Maria Bonfiglio (biografia, breve analisi dei temi trattati nelle opere, bibliografia e alcune poesie)
http://www.maldura.unipd.it/italianistica/ALI/negri.html (con una ricca bibliografia della critica, a cura di Patrizia Zambon)
http://www.scrittriciritrovate.it/ita/scheda-negri.php (biografia)
Aborto e ambientalismo, Ada ne parlava già nel 1917 (di Maria Luisa Villa, su Le solitarie)
Biografia nel Dizionario Biografico Treccani
e, naturalmente, wikipedia

cover_giona02_piccolaGiona#02: Le solitarie (con racconti di Maria Messina, Anna Negri, Paola Drigo, Augenia Codronchi Argeli) è disponibile in ebook sulle principali librerie online, tra cui:
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Incontro, di Maria Messina

Pubblichiamo un racconto di Maria Messina (1887-1944), tratto dal numero 2 di Giona, Le solitarie.

Incontro (da Il guinzaglio)

La funicolare stracarica scendeva faticosamente, cigolando.
Un operaio stanco e affumicato, un attillato giovanotto, sbirciavano con la stessa espressione di desiderio una donnina dipinta che mostrava a tutti le lunghe gambe velate di seta color d’oro e riempiva le carrozze di un acuto profumo dolciastro. Anche una piccola studente anemica la contemplava estatica, tenendo fra le mani un grosso quaderno. Un bambino guardava gli sportelli, troppo lontani dal suo posto, con l’accorato desiderio di poter vedere la nera galleria sulla quale scivola il carrozzone, per incontrarsi nel buio più fitto, col carrozzone compagno che sale carico di gente e di rossa luce.
La signora Caterina Molli, rannicchiata in un mezzo posticino, in fondo alla panca, attenta a non lasciar cadere qualcuno dei piccoli involti che teneva radunati sulle ginocchia, era oppressa dall’impazienza di giungere. Preparava le sue giustificazioni ai rimproveri della suocera, alle osservazioni della cognata, alle lagnanze del marito, stizzito dall’attesa che gli pareva sempre troppo lunga.
Prima e dopo la funicolare c’era un bel pezzo di strada a piedi. Per avere il caffè e lo zucchero si doveva fare la fila: una fila di ore ed ore. Riso non ne portava. Ma zucchero sì.
Se la casa nuova restava tanto lontana dalle botteghe che disponevano delle loro tessere, era inutile lamentarsi sempre della stessa cosa!
— Non è colpa mia, se ci rimetto i soldi del viaggio e le scarpe che si sciupano!
— Certo, certo, non dico che sia colpa tua! Ma le scarpe sono rotte, e a comprarne nuove… Se tu volessi guardare le scarpe da donna, vedresti che prezzi! Ma tu non le guardi…
— Per ora esco io, a fare la spesa, perché tua sorella è senza cappello. Ma presto resterò in casa anche io, e potrò riposare…
Riposare? Caterina ripeté fra sé e sé: riposare?
Ah! Povera Cate, è forse un riposo stare chiusa dentro poche stanze, in mezzo a gente che non ti vuole bene? accanto alla cognata che grida per ogni piccolo incidente, accanto alla suocera che borbotta se c’è freddo o se c’è caldo, se digerisce bene o se digerisce male, accanto al marito già vecchio che va tutto il giorno dal terrazzo alla saletta, con la pipa in bocca, presenziando le faccende domestiche, trovando a ridire su tutto?
Caterina sospirò grosso, e levò gli occhi dagli involti.
Allora un rotondo signore, che la osservava da un pezzo, esclamò, toccandosi il cappello:
— Scusi, lei non è la signorina Zerbolin?
— E lei? — rispose Caterina freddamente.
Ma udendo il nome di lui, pronunziato a bassissima voce, mormorò:
— Oh!
E la sorpresa le riempì di luce il volto appassito.
— Volevo essere sicuro — continuò lui. — Mi pareva e non mi pareva di riconoscerla. I suoi lineamenti sono rimasti gli stessi.
— Gli stessi!
— Sì, gli stessi. E lo sguardo! Non poteva essere di un’altra! Vede che l’ho riconosciuta dopo tanti anni!
Ella arrossì fino alla fronte, sotto il velo nero.
— È sempre con la sua sorella maritata? Con suo cognato che…
— È morto.
— Morto…
— Non è più qui, mia sorella. Rimasta vedova è tornata lassù coi figli.
Parlavano a voce più alta, perché i fatti che rammentavano non rivelavano niente di intimo alle orecchie di chi non sapeva, e perché il rumore della funicolare, avvicinandosi alla solita meta, era più forte.
Pure le gente, divagata, quasi incuriosita da quel tono di voce così caldo e ansioso — che avrebbe dovuto appartenere a uomo più giovane e meno panciuto — cercava di afferrare qualche frase.
— …Gabriella…
— …morta…
— …Emanuele…
— …sposato…
— …Luisa…
— …lontana dall’Italia…
Quanti morti, quanti assenti…
Egli si ricordava di tutti, con precisione.
— E lei adesso?
— Vivo solo, laggiù nel mio paese.
— Viene spesso qui?
— No. Mai. Son venuto ieri per necessità. Ora torno alla stazione.
— C’è un tram che va diritto alla ferrovia.
— Già, c’è un tram che va diritto… Chi avrebbe pensato… Quante cose dal tempo che venivo a studiare, e lei era una bambina… Anni e anni, che ora mi paiono giorni.
Tacque un poco, rivedendo — oh, come diversa! oh, come lontana e vaporosa! — l’immagine di Caterina.
Ripigliò lentamente, cercando le parole:
— La vita ci inganna, pur troppo… La giovinezza… ci conduce sulle ali… verso chimere molto alte… molto alte… e poi…
Incespicò, si sforzò a spiegarsi:
— …e poi ci accorgiamo degli abissi che si aprono sotto il nostro volo…
Ma continuando a guardare Caterina si accorgeva che il suo vestito nero era arrossato, che un velo bucato copriva un cappellino di velluto spelacchiato, che le sue mani senza guanti erano ruvide e sciupate.
Si pentì delle parole dette, come se avesse urtato, camminando, un uomo che sta per cadere.
Volle riparare:
— …ma questi abissi… o meglio questi voli…
Caterina sbirciò inquieta i viaggiatori che sorridevano un poco della rettorica del vecchio provinciale. La donnina dipinta ammiccava il giovanotto e le loro labbra si incresparono per la stessa smorfia d’ironia.
— Ora tutto è cambiato — disse forte, celando l’emozione che le faceva tremare i ginocchi. — Ora non dobbiamo pensare ad altro che a cose umili, alla spesa che costa tanto…
Egli rispose, guardandola con una curiosità così appassionata che non l’offendeva:
— Sì, oggi pare che i giovani abbiano una pietra pòmice al posto del cuore. Corrono verso il piacere materiale…
Il cigolìo portò via le ultime parole.
— In paese si deve spendere di meno! — esclamò Caterina, sempre più turbata, fingendo di non avere udito.
Egli tacque, alla brusca e fredda interruzione, osservando le mani di lei, così diverse dalle morbide mani che aveva sognato invano.
Volle domandarle che facesse suo marito (aveva, sì, il massiccio cerchietto d’oro al dito…) dove abitasse, come vivesse…
Ella udiva le domande non dette, e arrossiva abbassando le palpebre tessute di piccolissime grinze.
La funicolare si fermò e parve che gli sportelli, spalancandosi tutti in una volta, rovesciassero la folla sulle scale.
Ognuno si affrettò.
Caterina scese lentamente, quasi avesse dimenticato la via da percorrere a piedi, la premura di giungere per non farsi sgridare troppo.
Ma improvvisamente temette che egli volesse seguirla.
Sul cancello gli disse:
— Salutiamoci. Il tram è vicino.
— Sì, è vicino.
E continuò a camminare al suo fianco, lentamente, mentre la folla si sbandava nella piazza, nei due marciapiedi.
Caterina arrossì più forte; ma fu quasi lieta che egli non la volesse ancora lasciare.
— E suo marito?
— È pensionato…
— È buono?
— Oh, sì.
— Le vuol bene?
— Oh, sì.
— Ha bambini?
— No.
— È almeno felice?
— Crede alla felicità, lei?
— Ha ragione.
Rispondeva docilmente, trasognata.
Nelle brevi esitanti domande sentiva una sola parola — che veramente saliva alle labbra di lui —, che lui non ardiva pronunziare.
— Io ti adoravo! Io ti adoravo!
— Io ti adoravo! — le ripetevano i confusi fuggenti rumori della strada.
— Io ti adoravo! — ripeteva il vento leggero, accarezzandole il volto con rude e pungente carezza.
Era piovuto, e il crepuscolo mandava un po’ di sole che si era tutto raccolto, per un attimo, su due alberi spogli tingendo di rosso le grandi chiome traforate. Un attimo: gli alberi rosso e oro parvero rabbrividire mostrando di nuovo, improvvisamente, le rame nude e scolorate.
— È la stessa! — ripeté lui. — Lo stesso sguardo, le stesse fattezze che il tempo ha cercato di sciupare!
— Lei no.
— Sono molto cambiato?
— Moltissimo. Era così magro, così timido, così…
Si interruppe, confusa. Egli completò la frase:
— Così povero. Così meschino. Non promettevo niente, a suo cognato…
Ella trasalì, come se l’avessero rimproverata. Uno degli involtini cadde: del caffè si sparse sul marciapiede mezzo deserto.
Egli si piegò faticosamente a raccattarlo, a chicco a chicco, con umiltà, tenendosi il cappello che il vento gli voleva strappare.
— Ebbene, salutiamoci — ripeté Caterina. — Non deve partire stasera?
— Certo, debbo partire.
Si sorrisero, e sulle labbra tremarono le parole che ciascuno ricacciava indietro, come lacrime.
Caterina si allontanò rapidamente, un po’ curva, nella smorta luce, portando dentro di sé la sua ardente voglia di parlare aperto all’amico di un giorno che non l’aveva dimenticata, perdonandola.
Egli restò a guardarla, chiamandola senza muovere le labbra, come l’aveva tante volte chiamata, mentre era un povero rozzo studente.
Allora ella rideva di lui, con le limpide e crudeli risate di fanciulla, e il cognato lo giudicava male.
Il tempo si diverte a mutare le sorti degli uomini… Ma a che gli serviva l’amara e inutile rivincita che il tempo gli aveva regalata?
I tram giungevano di corsa, si fermavano, ripartivano scampanellando. Egli non vedeva nulla, altro che l’immagine della sua innamorata giovinezza.
Poi si scosse e pazientemente aspettò, nella folla, il tram che doveva portarlo alla stazione.

 

Biografia di Maria Messina

Nacque ad Alimena (Palermo) nel 1887, figlia di un maestro elementare e di una discendente di una famiglia nobile decaduta. Cresciuta tra le ristrettezze economiche, non poté frequentare le scuole e la sua unica formazione la ricevette tra le mura domestiche, sotto la guida di suo padre e suo fratello. Nel 1903 si trasferì con la famiglia a Mistretta (Messina), dove restò fino al 1906. Nel 1909, dopo aver pubblicato la raccolta di novelle Pettini fini, intraprese uno scambio epistolare con Giovanni Verga, che la incoraggiò a proseguire la sua carriera letteraria. Nel 1911 pubblicò la seconda raccolta, Piccoli gorghi, che le valse una segnalazione di Giuseppe Antonio Borgese. Dopo nuovi trasferimenti in Umbria, Marche e Toscana, si stabilì durante la prima guerra mondiale a Napoli, dove la sua famiglia trovò finalmente una relativa tranquillità economica. Qui iniziò la sua collaborazione con il Corriere dei Piccoli, con racconti e romanzi a puntate. Del 1920 è il suo primo romanzo, Alla deriva, subito seguito da Primavera senza sole. Nel 1921 pubblicò le raccolte Il guinzaglio, Personcine, Ragazze siciliane e il romanzo La casa nel vicolo. Nel 1923 è la volta del romanzo Un fiore che non fiorì, seguito da Le pause della vita (1926) e L’amore negato (1928). Negli anni Trenta si ammalò di sclerosi multipla, che la portò a rinchiudersi in un progressivo isolamento. Morì nel 1944 a Masiano, nei pressi di Pistoia, dove si era rifugiata in seguito ai bombardamenti che avevano colpito la città toscana.

Alcuni articoli e materiale online

Maria Messina (biografia dettagliata della scrittrice, analisi delle opere, ricognizione sulla critica con una ricca bibliografia, a cura di Lucio Bartolotta);
Maria Messina (elenco delle opere pubblicate, bibliografia critica a cura di Patrizia Zambon);
Una realtà da scontare (di Anna Maria Bonfiglio);
Maria Messina, scrittrice da rileggere (di Pina Mandolfo);
Sulla soglia: la narrativa di Maria Messina (di Maria Serena Sapegno, in pdf);
E, naturalmente, Maria Messina su wikipedia.

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Giona#02: Le solitarie

giona02Il numero 2 di Giona, rivista-libro che sonda gli abissi della letteratura, rende omaggio a quattro scrittrici italiane della prima metà del Novecento ingiustamente finite ai margini della storia letteraria (Maria Messina, Ada Negri, Paola Drigo, Eugenia Codronchi Argeli) pubblicando una selezione dei loro racconti più belli.

Le donne di Negri, Messina, Drigo e Codronchi Argeli hanno in comune una sconfinata solitudine, prima di tutto interiore, in un mondo – quale era l’Italia di allora – dall’impronta ancora patriarcale, dove il posto della donna era in casa, ad accudire la famiglia, o al lavoro, sfruttata, e comunque sempre all’ombra del padre o del marito. L’alternativa era l’emarginazione, come per la Nanna protagonista di L’amore di Paola Drigo.

Maria Messina, siciliana, fu molto apprezzata da Giovanni Verga e Giuseppe Antonio Borgese; in seguito, negli anni Ottanta, fu riscoperta da Leonardo Sciascia che la definì “una Mansfield siciliana”.

La prosa asciutta, intima e dolente di Ada Negri, lombarda, fu molto apprezzata, tra gli altri, da Cesare Pavese.

La veneta Paola Drigo, dal canto suo, nonostante il successo che ebbe in particolare con il romanzo Maria Zef (1936), dal quale furono tratti due film (uno diretto da Luigi De Marchi nel 1953 e uno per la regia di Vittorio Cottafavi, nel 1981), è finita per anni nel dimenticatoio e solo di recente si è assistito alla ristampa di alcune sue opere presso piccoli editori come Il Poligrafo e Carabba, grazie anche al lavoro prezioso di Patrizia Zambon.

Sulla romagnola Eugenia Codronghi Argeli, invece, a parte qualche racconto incluso in un paio di antologie pubblicate da Bulzoni negli anni Novanta, regna ancora il silenzio.

Giona#02: Le solitarie è in corso di pubblicazione su tutte le principali librerie online. Attualmente è già disponibile a 2,49 euro su:

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Digressione

2016, ovvero l’anno della supercazzola

Bisognava aspettare il 2016 perché arrivasse il riconoscimento tanto agognato: la supercazzola infatti entra di prepotenza nel patrimonio linguistico ufficiale della nazione italica, grazie al meritorio vocabolario Zingarelli 2016, che ha finalmente inserito il “neologismo” (si fa per dire) tra i suoi lemmi.

“Parola o frase senza senso, pronunciata con serietà per sbalordire e confondere l’interlocutore”: questa la definizione (secondo il nostro modesto parere riduttiva, ma tant’è) che ne dà il celebre vocabolario.

Una conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, della lungimiranza della redazione di Giona, che proprio alla supercazzola letteraria ha dedicato il suo (gratuito) numero zero. Che cosa aspetti, dunque? Scaricalo, se non l’hai ancora fatto!

“Io odio i libri scritti male”

Federigo Tozzi (1883-1920) è uno degli scrittori italiani più importanti del Novecento. Ha scritto romanzi (Con gli occhi chiusi, 1919, Tre croci, 1920, Il podere, 1921), racconti e prose. Questo breve scritto è stato pubblicato postumo in «Lo Spettatore Italiano» (15 maggio 1924).

COME LEGGO IO

Apro il libro a caso; ma, piuttosto, verso la fine. Prima di leggere (prego credere che non c’è da ridere troppo) socchiudo gli occhi, per una specie d’istinto guardingo, come fanno i mercanti quando vogliono rendersi conto bene di quel che stanno per comprare. Finalmente, assicuratomi che non sono in uno stato d’animo suscettibile a lasciarsi ingannare, mi decido a leggere un periodo: dalla maiuscola fino al punto. Da come è fatto questo periodo, giudico se ne debbo leggere un altro. Mi spiego.

Fonte: litteratour.tumblr.com

Fonte: litteratour.tumblr.com

Se il primo periodo è fatto bene, cioè se lo scrittore l’ha sentito nella sua costruzione stilistica, mi rassereno. Ma il periodo può esser fatto bene a caso oppure ad arte. Questa differenza la conosco leggendo il secondo periodo; e, per precauzione, leggendone altri, sempre aprendo il libro qua e là. Se questi periodi resistono al mio esame, può darsi ch’io mi convinca a leggere il libro intero. Ma non mai di seguito. Mi piace di gustare qualche particolare, qualche spunto, qualche descrizione, dialogo, ecc. Sentire, cioè, come lo scrittore è riuscito a creare. Se leggessi il libro di seguito, io non avrei modo di giudicare quanto i personaggi «sono fatti bene».

Io li devo interrompere, li devo pigliare alla rovescia, quando meno se l’aspettano; e, soprattutto, non lasciarmi dominare dalla lettura di quel che essi dicono. Bisogna che li tenga sempre lontani da me, in continua diffidenza; anzi, ostilità. Anche i libri mediocri, letti di seguito all’inizio di un nostro stato d’animo che è suscettibile di svilupparsi, possono sembrare, specie lì per lì, molto belli. E più quelli che hanno un senso logico sentimentale o quasi. Ma io non mi lascio convincere. La bravura del mestiere è più che pericolosa. E la buona immaginazione vorrà essere sempre libera e sciolta da qualunque consenso anticipato. Gli «effetti sicuri» sono l’opposto della forza lirica. Gli svolazzi, gli scorci, le svoltate, le disinvolture, i pavoneggiamenti, le alzate della trama non contano niente. Anzi tanto più lo scrittore si è compiaciuto degli effetti cinematografici che potevano ritrarsi dagli elementi della trama (i quali non possono essere altro che esteriori rispetto alla sostanza vera del romanzo) e tanto più egli avrà dovuto trascurare la profondità. Ai più interessa un omicidio o un suicidio; ma è egualmente interessante, se non di più, anche l’intuizione e quindi il racconto di un qualsiasi misterioso atto nostro; come potrebbe esser quello, per esempio, dí un uomo che a un certo punto della sua strada si sofferma per raccogliere un sasso che vede, e poi prosegue la sua passeggiata. Tutto consiste nel come è vista l’umanità e la natura. Il resto è trascurabile, anzi mediocre e brutto.

Don Abbondio che incontra i bravi è indimenticabile, perché è rappresentato con quell’evidenza così completa che da quel che egli pensa e fa soltanto in quei brevi minuti noi possiamo scorgere, con una occhiata, tutta la sua esistenza e tutti gli elementi che la distinguono.

Ser Cepparello da Prato che, nel Decamerone, finge, sul punto di morte, di confessarsi, è grandioso per le stesse identiche ragioni. Senza bisogno che a quell’episodio ci siano appiccicate chi sa quali invenzioni!

Io dichiaro d’ignorare le «trame» di qualsiasi romanzo; perché, a conoscerle, avrei perso tempo e basta. La mia soddisfazione è di poter trovare qualche «pezzo» dove sul serio lo scrittore sia riuscito a indicarmi una qualunque parvenza della nostra fuggitiva realtà.

Con il mio sistema, che del resto è soltanto per mio uso e consumo, io scompongo intuitivamente qualunque libro; e posso, senza scomodarmi, tener d’occhio lo scrittore in tutti suoi elementi. Così, ci vuol poco anche a sentire quanto «pensiero» c’è dentro; perché il temperamento di un qualsiasi scrittore si conosce soltanto mettendolo a prove decisive.

I libri scritti «male» io non li leggo. Perché per quanto «ingegno» possa avere il loro autore, è evidente che questo ingegno non ha avuto il modo d’esplicarsi. E gli uomini che hanno avuto qualche cosa da dire, hanno scritto bene; appunto perché scrivere bene significa essere padrone della propria intelligenza e della propria sensibilità. Chi non conosce abbastanza la lingua italiana, dovrebbe scrivere nel suo dialetto; o, per lo meno, articolare la sua sintassi non ad orecchio ma secondo le regole naturali del suo dialetto.

Ma io non sono un beghino; e so che qualunque parola può essere adoprata se lo scrittore riesce a mettere dentro ad essa un significato. Allora, quella parola diventa, necessariamente, bella e buona. Basta che sia di casa nostra, e non importa se figlia d’ignoti.

Ma molti scrittori pigliano di squincio le parole; le adoprano, cioè, non perché siano stati costretti a scegliere quelle e non altre. Le adoprano con una psicologia approssimativa; e, naturalmente, i loro libri son sempre incapaci a entrare nella realtà e nella storia del pensiero. Sono i libri, che non aggiungono mai niente a quello che è stato detto dagli altri.

Invece, tutte le parole sono belle lo stesso se adoprate proprio nel momento propizio; come se fossero corde stonate o intonate.

Ma, tornando all’argomento, dirò che un periodo scritto male ma di buono scrittore, si distingue subito da un periodo scritto male e di cattivo scrittore. Non è possibile ingannarsi, quando ci s’ha un poco di pratica! Come il cassiere di banca, che sente subitamente se un biglietto è falso o è buono. O come il contadino che al colore del pampano riconosce se la vite è stata assistita o no.

Io odio i libri scritti male, non solo perché sono inutili; ma perché guastano il gusto dei lettori non preparati abbastanza. Essi, inoltre, m’irritano da pigliare a pugni chi li ha scritti.

Come si vede, il mio io conta, per me, parecchio; ma questa specie di regola spontanea e gradevole mi è confermata, per esempio, dalla lettura del Decamerone; dove qualunque frammento che io prenda, il più arbitrario, è vivo di per sé stesso; e, per piacermi, non ha bisogno di tirare il fiato dall’altro testo che ha attorno a sé. Le figure dei personaggi hanno subito un rilievo, parola per parola, anche se io smettessi di leggere dopo qualche periodo. E nessuna situazione, come sogliono dire i più, non ha bisogno di addossarsi alle altre; per trovarla degna d’attenzione.

Ma queste sono regole elementari! Mi si può dire. E io rispondo: ragione di più, perché io mi attenga ad esse e non ad altre confezioni o di moda o rettoriche.

Come si vede, io sono un «pessimo» lettore; e, quel che è peggio, me ne vanto.

rubrica_postaRimbaud alla madre

Aden, 8 dicembre 1882

Cara mamma,
ricevo la tua del 24 novembre, dove mi dici che il denaro è stato versato e la spedizione eseguita. Naturalmente, non potevano fare gli acquisti senza sapere se ci sarebbero stati i fondi necessari. Perciò, la cosa si è effettuata solo dopo che i 1850 franchi erano stati ricevuti.
Dici che mi derubano. So benissimo quanto vale un apparecchio da solo: qualche centinaio di franchi. Ma sono poi i prodotti chimici, numerosissimi e costosi e fra i quali si trovano composti d’oro e d’argento, del valore a volte di 250 franchi al chilo, sono gli specchi, la carta, le bacinelle, i flaconi, gli imballaggi, carissimi, a ingrossare la somma. Di tutti questi ingredienti, ne ho richiesto per una spedizione d’un paio d’anni. A me sembra di cavarmela a buon mercato. Ho un timore soltanto: che le varie cose si deteriorino per la strada, sul mare. Se mi giungono intatte ne avrò molto profitto, e vi spedirò cose curiose.
Dunque, invece di arrabbiarti, dovresti essere contenta come lo sono io. Conosco il prezzo del denaro; e, se accetto un rischio, lo faccio consapevolmente.
Vi prego anche di aggiungere, in più, quel che potrebbe venirvi richiesto per le spese d’imballaggio e di porto.
Di mio, avete una somma di 2500 franchi, spedita due anni fa. Prendete per voi le terre che avete acquistato con quei soldi, in conto di quello che sborserete per me. È un affare semplicissimo, e senza inconvenienti.
Quel che soprattutto mi rattrista, è la fine della tua lettera, dove dichiari che non v’immischierete più nei miei affari. Non mi sembra il modo migliore d’aiutare un uomo che se ne sta a migliaia di chilometri da casa, che viaggia ra popolazioni selvatiche, e non ha un solo corrispondente nel proprio paese! Mi piace sperare che modificherete codesta poco caritatevole intenzione. Se non posso nemmeno più ricorrere alla famiglia per le mie commissioni, a chi diavolo volete che mi rivolga?
Ultimamente vi ho spedito una lista di libri, da farmi inviare qui. Ve ne prego, non mandate a quel paese la mia commissione! Sto per entrare nel continente africano, per anni e anni; senza quei libri, mi mancherebbe un mucchio d’informazioni che mi sono indispensabili. Sarei come un cieco; e la mancanza di tutte quelle cose mi sarebbe assai dannosa. Radunate dunque rapidamente quei libri, nessuno eccettuato; metteteli in una cassa, scriveteci su «libri» e speditemeli qui, pagando il porto, per mezzo del sig. Dubar.

Aggiungete questi due volumi:
Trattato esauriente sulle ferrovie, di Couche (da Dunod, quai des Augustins, Parigi);
Trattato di meccanica della Scuola di Châlons.
Il tutto costerà 400 franchi. Pagate per me, e rifatevi nel modo che ho detto; e non vi farò sborsare più niente, perché fra un mese partirò per l’Africa. Dunque fate presto.
Vostro

Rimbaud

(A. Rimbaud, Corrispondenza, in Rimbaud. Opere, Milano, Mondadori, 1975)

Citazione

Esempio di lettera di dimissioni

faulknerNel 1927 William Faulkner si licenziò dal suo impiego all’ufficio postale con questa lettera di dimissioni:

As long as I live under the capitalistic system, I expect to have my life influenced by the demands of moneyed people. But I will be damned if I propose to be at the beck and call of every itinerant scoundrel who has two cents to invest in a postage stamp.

This, sir, is my resignation.

(Finché vivrò sotto il sistema capitalistico, mi aspetto che la mia vita sia condizionata dalle pretese dei ricchi. Ma che io sia maledetto se intendo essere a completa disposizione di qualsiasi mascalzone itinerante che abbia due cents da investire in un francobollo.

Queste, signore, sono le mie dimissioni.)

Nel 1987 fu emesso un francobollo commemorativo in onore – ironia della sorte – di William Faulkner, del valore di 22 centesimi.

rubrica_posta

Verona, 12 agosto 1915

Carissimo Giani,

la carta che ci vendeva il cantiniere, proprio quella, 5 cent; quando avrò la divisa ti manderò di quella rosa parfumé. Sono in una latteria da soldati al Ponte della Pietra aspettando l’ora di salire al Castel S. Pietro. La mattina tutta l’ho spesa in comperare attorno per le botteghe, ho acquistato stivali e biancheria; mandami molta biancheria, quella che ti par meglio, ma calzini abbondanti. Il tuo vestito e biancheria sono naftalinizzati, ma l’operazione m’è costata una gran angoscia nostalgica; seminando i fiocchi lucenti e sentendone l’odore acuto m’è venuta avanti mamma e il cassone rossocupo nella camera dell’intimità e come il giorno prima che partissi mamma vi aveva frugato in cerca della mia roba di lana e quelle manine e l’unico acuto singhiozzo senza lagrime nell’abbracciarmi quando partii. E comperando oggi la biancheria mi son visto convalescente con mamma da “Kohner”. Non posso avere una vita immediata tutta in atto; ogni cosa che faccio è un ponte di passaggio verso precise situazioni passate e non c’è mio passato in cui mamma non c’entri.

Credo che sarò un ufficiale piuttosto melanconico. Io che sono solito vedermi in un eremo di nubi sento abbastanza stranezza e troppo frastuono in questa nuova vita.

(C. Stuparich, in Giona#01: La grande sciagura)