“Io odio i libri scritti male”

Federigo Tozzi (1883-1920) è uno degli scrittori italiani più importanti del Novecento. Ha scritto romanzi (Con gli occhi chiusi, 1919, Tre croci, 1920, Il podere, 1921), racconti e prose. Questo breve scritto è stato pubblicato postumo in «Lo Spettatore Italiano» (15 maggio 1924).

COME LEGGO IO

Apro il libro a caso; ma, piuttosto, verso la fine. Prima di leggere (prego credere che non c’è da ridere troppo) socchiudo gli occhi, per una specie d’istinto guardingo, come fanno i mercanti quando vogliono rendersi conto bene di quel che stanno per comprare. Finalmente, assicuratomi che non sono in uno stato d’animo suscettibile a lasciarsi ingannare, mi decido a leggere un periodo: dalla maiuscola fino al punto. Da come è fatto questo periodo, giudico se ne debbo leggere un altro. Mi spiego.

Fonte: litteratour.tumblr.com

Fonte: litteratour.tumblr.com

Se il primo periodo è fatto bene, cioè se lo scrittore l’ha sentito nella sua costruzione stilistica, mi rassereno. Ma il periodo può esser fatto bene a caso oppure ad arte. Questa differenza la conosco leggendo il secondo periodo; e, per precauzione, leggendone altri, sempre aprendo il libro qua e là. Se questi periodi resistono al mio esame, può darsi ch’io mi convinca a leggere il libro intero. Ma non mai di seguito. Mi piace di gustare qualche particolare, qualche spunto, qualche descrizione, dialogo, ecc. Sentire, cioè, come lo scrittore è riuscito a creare. Se leggessi il libro di seguito, io non avrei modo di giudicare quanto i personaggi «sono fatti bene».

Io li devo interrompere, li devo pigliare alla rovescia, quando meno se l’aspettano; e, soprattutto, non lasciarmi dominare dalla lettura di quel che essi dicono. Bisogna che li tenga sempre lontani da me, in continua diffidenza; anzi, ostilità. Anche i libri mediocri, letti di seguito all’inizio di un nostro stato d’animo che è suscettibile di svilupparsi, possono sembrare, specie lì per lì, molto belli. E più quelli che hanno un senso logico sentimentale o quasi. Ma io non mi lascio convincere. La bravura del mestiere è più che pericolosa. E la buona immaginazione vorrà essere sempre libera e sciolta da qualunque consenso anticipato. Gli «effetti sicuri» sono l’opposto della forza lirica. Gli svolazzi, gli scorci, le svoltate, le disinvolture, i pavoneggiamenti, le alzate della trama non contano niente. Anzi tanto più lo scrittore si è compiaciuto degli effetti cinematografici che potevano ritrarsi dagli elementi della trama (i quali non possono essere altro che esteriori rispetto alla sostanza vera del romanzo) e tanto più egli avrà dovuto trascurare la profondità. Ai più interessa un omicidio o un suicidio; ma è egualmente interessante, se non di più, anche l’intuizione e quindi il racconto di un qualsiasi misterioso atto nostro; come potrebbe esser quello, per esempio, dí un uomo che a un certo punto della sua strada si sofferma per raccogliere un sasso che vede, e poi prosegue la sua passeggiata. Tutto consiste nel come è vista l’umanità e la natura. Il resto è trascurabile, anzi mediocre e brutto.

Don Abbondio che incontra i bravi è indimenticabile, perché è rappresentato con quell’evidenza così completa che da quel che egli pensa e fa soltanto in quei brevi minuti noi possiamo scorgere, con una occhiata, tutta la sua esistenza e tutti gli elementi che la distinguono.

Ser Cepparello da Prato che, nel Decamerone, finge, sul punto di morte, di confessarsi, è grandioso per le stesse identiche ragioni. Senza bisogno che a quell’episodio ci siano appiccicate chi sa quali invenzioni!

Io dichiaro d’ignorare le «trame» di qualsiasi romanzo; perché, a conoscerle, avrei perso tempo e basta. La mia soddisfazione è di poter trovare qualche «pezzo» dove sul serio lo scrittore sia riuscito a indicarmi una qualunque parvenza della nostra fuggitiva realtà.

Con il mio sistema, che del resto è soltanto per mio uso e consumo, io scompongo intuitivamente qualunque libro; e posso, senza scomodarmi, tener d’occhio lo scrittore in tutti suoi elementi. Così, ci vuol poco anche a sentire quanto «pensiero» c’è dentro; perché il temperamento di un qualsiasi scrittore si conosce soltanto mettendolo a prove decisive.

I libri scritti «male» io non li leggo. Perché per quanto «ingegno» possa avere il loro autore, è evidente che questo ingegno non ha avuto il modo d’esplicarsi. E gli uomini che hanno avuto qualche cosa da dire, hanno scritto bene; appunto perché scrivere bene significa essere padrone della propria intelligenza e della propria sensibilità. Chi non conosce abbastanza la lingua italiana, dovrebbe scrivere nel suo dialetto; o, per lo meno, articolare la sua sintassi non ad orecchio ma secondo le regole naturali del suo dialetto.

Ma io non sono un beghino; e so che qualunque parola può essere adoprata se lo scrittore riesce a mettere dentro ad essa un significato. Allora, quella parola diventa, necessariamente, bella e buona. Basta che sia di casa nostra, e non importa se figlia d’ignoti.

Ma molti scrittori pigliano di squincio le parole; le adoprano, cioè, non perché siano stati costretti a scegliere quelle e non altre. Le adoprano con una psicologia approssimativa; e, naturalmente, i loro libri son sempre incapaci a entrare nella realtà e nella storia del pensiero. Sono i libri, che non aggiungono mai niente a quello che è stato detto dagli altri.

Invece, tutte le parole sono belle lo stesso se adoprate proprio nel momento propizio; come se fossero corde stonate o intonate.

Ma, tornando all’argomento, dirò che un periodo scritto male ma di buono scrittore, si distingue subito da un periodo scritto male e di cattivo scrittore. Non è possibile ingannarsi, quando ci s’ha un poco di pratica! Come il cassiere di banca, che sente subitamente se un biglietto è falso o è buono. O come il contadino che al colore del pampano riconosce se la vite è stata assistita o no.

Io odio i libri scritti male, non solo perché sono inutili; ma perché guastano il gusto dei lettori non preparati abbastanza. Essi, inoltre, m’irritano da pigliare a pugni chi li ha scritti.

Come si vede, il mio io conta, per me, parecchio; ma questa specie di regola spontanea e gradevole mi è confermata, per esempio, dalla lettura del Decamerone; dove qualunque frammento che io prenda, il più arbitrario, è vivo di per sé stesso; e, per piacermi, non ha bisogno di tirare il fiato dall’altro testo che ha attorno a sé. Le figure dei personaggi hanno subito un rilievo, parola per parola, anche se io smettessi di leggere dopo qualche periodo. E nessuna situazione, come sogliono dire i più, non ha bisogno di addossarsi alle altre; per trovarla degna d’attenzione.

Ma queste sono regole elementari! Mi si può dire. E io rispondo: ragione di più, perché io mi attenga ad esse e non ad altre confezioni o di moda o rettoriche.

Come si vede, io sono un «pessimo» lettore; e, quel che è peggio, me ne vanto.

rubrica_postaRimbaud alla madre

Aden, 8 dicembre 1882

Cara mamma,
ricevo la tua del 24 novembre, dove mi dici che il denaro è stato versato e la spedizione eseguita. Naturalmente, non potevano fare gli acquisti senza sapere se ci sarebbero stati i fondi necessari. Perciò, la cosa si è effettuata solo dopo che i 1850 franchi erano stati ricevuti.
Dici che mi derubano. So benissimo quanto vale un apparecchio da solo: qualche centinaio di franchi. Ma sono poi i prodotti chimici, numerosissimi e costosi e fra i quali si trovano composti d’oro e d’argento, del valore a volte di 250 franchi al chilo, sono gli specchi, la carta, le bacinelle, i flaconi, gli imballaggi, carissimi, a ingrossare la somma. Di tutti questi ingredienti, ne ho richiesto per una spedizione d’un paio d’anni. A me sembra di cavarmela a buon mercato. Ho un timore soltanto: che le varie cose si deteriorino per la strada, sul mare. Se mi giungono intatte ne avrò molto profitto, e vi spedirò cose curiose.
Dunque, invece di arrabbiarti, dovresti essere contenta come lo sono io. Conosco il prezzo del denaro; e, se accetto un rischio, lo faccio consapevolmente.
Vi prego anche di aggiungere, in più, quel che potrebbe venirvi richiesto per le spese d’imballaggio e di porto.
Di mio, avete una somma di 2500 franchi, spedita due anni fa. Prendete per voi le terre che avete acquistato con quei soldi, in conto di quello che sborserete per me. È un affare semplicissimo, e senza inconvenienti.
Quel che soprattutto mi rattrista, è la fine della tua lettera, dove dichiari che non v’immischierete più nei miei affari. Non mi sembra il modo migliore d’aiutare un uomo che se ne sta a migliaia di chilometri da casa, che viaggia ra popolazioni selvatiche, e non ha un solo corrispondente nel proprio paese! Mi piace sperare che modificherete codesta poco caritatevole intenzione. Se non posso nemmeno più ricorrere alla famiglia per le mie commissioni, a chi diavolo volete che mi rivolga?
Ultimamente vi ho spedito una lista di libri, da farmi inviare qui. Ve ne prego, non mandate a quel paese la mia commissione! Sto per entrare nel continente africano, per anni e anni; senza quei libri, mi mancherebbe un mucchio d’informazioni che mi sono indispensabili. Sarei come un cieco; e la mancanza di tutte quelle cose mi sarebbe assai dannosa. Radunate dunque rapidamente quei libri, nessuno eccettuato; metteteli in una cassa, scriveteci su «libri» e speditemeli qui, pagando il porto, per mezzo del sig. Dubar.

Aggiungete questi due volumi:
Trattato esauriente sulle ferrovie, di Couche (da Dunod, quai des Augustins, Parigi);
Trattato di meccanica della Scuola di Châlons.
Il tutto costerà 400 franchi. Pagate per me, e rifatevi nel modo che ho detto; e non vi farò sborsare più niente, perché fra un mese partirò per l’Africa. Dunque fate presto.
Vostro

Rimbaud

(A. Rimbaud, Corrispondenza, in Rimbaud. Opere, Milano, Mondadori, 1975)

Citazione

Esempio di lettera di dimissioni

faulknerNel 1927 William Faulkner si licenziò dal suo impiego all’ufficio postale con questa lettera di dimissioni:

As long as I live under the capitalistic system, I expect to have my life influenced by the demands of moneyed people. But I will be damned if I propose to be at the beck and call of every itinerant scoundrel who has two cents to invest in a postage stamp.

This, sir, is my resignation.

(Finché vivrò sotto il sistema capitalistico, mi aspetto che la mia vita sia condizionata dalle pretese dei ricchi. Ma che io sia maledetto se intendo essere a completa disposizione di qualsiasi mascalzone itinerante che abbia due cents da investire in un francobollo.

Queste, signore, sono le mie dimissioni.)

Nel 1987 fu emesso un francobollo commemorativo in onore – ironia della sorte – di William Faulkner, del valore di 22 centesimi.

rubrica_posta

Verona, 12 agosto 1915

Carissimo Giani,

la carta che ci vendeva il cantiniere, proprio quella, 5 cent; quando avrò la divisa ti manderò di quella rosa parfumé. Sono in una latteria da soldati al Ponte della Pietra aspettando l’ora di salire al Castel S. Pietro. La mattina tutta l’ho spesa in comperare attorno per le botteghe, ho acquistato stivali e biancheria; mandami molta biancheria, quella che ti par meglio, ma calzini abbondanti. Il tuo vestito e biancheria sono naftalinizzati, ma l’operazione m’è costata una gran angoscia nostalgica; seminando i fiocchi lucenti e sentendone l’odore acuto m’è venuta avanti mamma e il cassone rossocupo nella camera dell’intimità e come il giorno prima che partissi mamma vi aveva frugato in cerca della mia roba di lana e quelle manine e l’unico acuto singhiozzo senza lagrime nell’abbracciarmi quando partii. E comperando oggi la biancheria mi son visto convalescente con mamma da “Kohner”. Non posso avere una vita immediata tutta in atto; ogni cosa che faccio è un ponte di passaggio verso precise situazioni passate e non c’è mio passato in cui mamma non c’entri.

Credo che sarò un ufficiale piuttosto melanconico. Io che sono solito vedermi in un eremo di nubi sento abbastanza stranezza e troppo frastuono in questa nuova vita.

(C. Stuparich, in Giona#01: La grande sciagura)

 

“La grande sciagura”. Prefazione

Pubblichiamo di seguito la prefazione a Giona #01, La grande sciagura. Scrittori e prima guerra mondiale. Per scaricare gratis un estratto o acquistare l’ebook a 1,99 €, clicca qui.

Giona #01: La Grande Guerra dell’Italia, cento anni dopo

Soldato italiano con proiettili austriaci

nella foto: soldato italiano con proiettili austriaci

Morire non ripiegare!
(ordine del giorno del generale Cadorna, 7 settembre 1917)

Cento anni fa, il 23 maggio 1915, l’Italia dichiarava guerra all’Austria-Ungheria, entrando così nel primo conflitto mondiale. A questa infausta ricorrenza è dedicato questo numero (il numero 1!) di Giona: un viaggio in tre atti nelle trincee reali e mentali della Grande Guerra attraverso le parole di tre scrittori d’eccezione, Carlo Stuparich, Renato Serra e Federico De Roberto. I primi due parteciparono al conflitto in prima persona, perdendovi la vita; il terzo ne fece il soggetto di alcuni racconti scritti nella fase più tarda della sua attività letteraria, le cosiddette “novelle della guerra”.

Di queste ultime la migliore è senz’altro La paura, pubblicata per la prima volta su “Novella” il 15 agosto 1921, e qui riproposta in apertura del nostro viaggio nella “grande sciagura” (la definizione è di De Roberto stesso).

Sul fronte italo-austriaco, un cecchino nemico inizia a far fuori uno dopo l’altro i soldati italiani incaricati di fare il turno in una piazzola di guardia. È questo il nucleo narrativo, crudo e semplice, attorno al quale prende le mosse e si sviluppa in un climax inarrestabile di tensione – fino allo sconvolgente finale ­– La paura. L’autore de I viceré costruisce un congegno narrativo perfetto, di straordinaria modernità: ambientato in un’immaginaria Valgrebbana, La paura ci offre uno spaccato realistico della vita in trincea che è anche un atto d’accusa contro la guerra e la sua assurdità. Il cecchino nemico, invisibile e apparentemente invincibile, assurge a simbolo metafisico del male, di fronte al quale cade ogni retorica bellica e rimangono gli uomini, con tutta la loro fragilità e verità: “se la morte è lì, acquattata, vigile, pronta a balzare e a ghermire; se bisogna andarle incontro fissandola negli occhi, senza difesa, allora i capelli si drizzano, la gola si strozza, gli occhi si velano, le gambe si piegano, le vene si vuotano, tutte le fibre tremano”. E accanto alla paura di morire, emergono anche il disappunto e la rabbia muta e impotente dei soldati nei confronti di chi li ha mandati a morire: “il cruccio e lo sdegno contro i fieri proponimenti ostentati dagli imboscati, dagli eroi da poltrona, dagli speculatori che lucravano sulla grande sciagura”. De Roberto, che pure prima dello scoppio della guerra si era espresso a favore di un moderato interventismo (come interventista del resto era stato Giovanni Verga, suo maestro dichiarato), con La paura mette a nudo l’atrocità della guerra e l’ipocrisia che ne alimenta il mito, con una forza espressiva che ricorda quella di un altro capolavoro della letteratura antimilitarista, Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu.

Cadorna e ufficiali

nella foto: Cadorna e ufficiali

Proprio sull’altipiano di Asiago morì, togliendosi la vita per non cadere in mani nemiche, il ventunenne Carlo Stuparich. “[…] adesso è epoca di dovere e di sacrifizi e l’uomo può liberarsi dal suo egoismo abitudinario, adesso si vive un poco più per gli altri”: così aveva scritto in una lettera del 1° giugno 1915 annunciando la sua partenza imminente per il fronte insieme al fratello Giani e a Scipio Slataper (autore de Il mio Carso, morto sul Podgora pochi mesi prima di Stuparich). Le sue Lettere dal fronte, insieme al suo Testamento, costituiscono il secondo atto del nostro percorso. Come il fratello Giani e come Slataper, Carlo Stuparich era irredentista e partì volontario per il fronte mosso dal desiderio di restituire la natìa Trieste all’Italia. Animato da ideali mazziniani e da un sincero patriottismo libero da ogni forma di imperialismo, Carlo era però anche uno spirito inquieto e come tanti altri della sua generazione, che si raccolsero attorno alla rivista “La Voce” di Giuseppe Prezzolini, sentiva la crisi della civiltà europea e vedeva nella guerra un’occasione di riscatto, pur tra dubbi e ripensamenti: “tutti questi morti dignitosamente, e i grandi sforzi collettivi, le grandi risoluzioni dei governi gridano: l’Europa è eroica e dimostra una forza viva che non ha mai dimostrato, mentre fino a ieri faceva il suo cotidiano giro attorno al sole come un borghese ordinato, e non produceva nulla che meritasse veramente il nome di geniale. Nondimeno lo scetticismo fine fine non vuol svaporare”, scrive il 22 ottobre 1915. E il giorno seguente aggiunge: “Talvolta il pensiero che può darsi il caso ch’io sopravviva a questa guerra con tutti quelli che mi son più vicini non mi dà nessuna gioia; perché ho un presentimento ch’io non potrò svolgermi più altro che ripetere quotidianamente la mia poverissima vita”. Ma oltre alle inquietudini esistenziali, nelle sue lettere emerge anche la durezza della vita in trincea: “Da tre giorni dormo nel fango, tra il fango col fango, mangio e bevo misto a fango, respiro fango, le mia pelle le mie ossa sono infangate”. Nelle sue lettere Stuparich non nasconde le difficoltà, la nostalgia lancinante per i suoi luoghi e i suoi cari, l’isolamento e il presentimento di morte che sempre l’accompagna.

nella foto: postazione italiana nell'altopiano sull'isonzo

nella foto: postazione italiana nell’altopiano sull’isonzo

La nostra “trilogia” di testi sulla guerra si chiude con l’Esame di coscienza di un letterato, di Renato Serra, una delle opere più importanti della letteratura italiana del primo Novecento. Mentre infuriava il dibattito tra interventisti e neutralisti (l’Italia sarebbe entrata in guerra due mesi dopo), Serra, intellettuale orgogliosamente defilato e “di provincia”, scrivendo dalla sua Cesena demolisce una a una tutte le presunte ragioni a favore della guerra, rivelandone anche tutte le mistificazioni: “la guerra non cambia niente. Non migliora, non redime, non cancella; per sé sola. Non fa miracoli. Non paga i debiti, non lava i peccati”. E, per quanto riguarda la letteratura: “è inutile sperare che i letterati ritornino cambiati, migliorati, ispirati dalla guerra”. L’Esame esprime tutto il dissidio interiore di un uomo sospeso tra l’adesione a una letteratura libera, svincolata da ogni preteso impegno politico e sociale, e il desiderio di sottrarsi a una sensazione di impotenza di fronte ai grandi eventi che segnano la vita dei popoli (“Fra mille milioni di vite, c’era un minuto per noi; e non l’avremo vissuto”), facendosi uomo tra gli uomini, nel nome di una fratellanza che possa immergerlo nel flusso della vita, restituire un senso all’esistere: “Si ha voglia di camminare, di andare. Ritrovo il contatto col mondo e con gli altri uomini, che mi stanno dietro, che possono venire con me”. L’adesione di Serra alla guerra non è dunque ideologica o politica, ma esistenziale: “Mi contento di quello che abbiamo di comune, più forte di tutte le divisioni. Mi contento della strada che dovremo fare insieme, e che ci porterà tutti egualmente: e sarà un passo, un respiro, una cadenza, un destino solo, per tutti”. Partito volontario per il fronte, sarebbe morto sul Podgora, quattro mesi dopo aver scritto queste parole, il 20 luglio 1915.

Giona

Giona#01: La grande sciagura

Cento anni fa, il 23 maggio 1915, l’Italia dichiarava guerra all’Austria-Ungheria, entrando così nel primo conflitto mondiale. A questa  ricorrenza è dedicato il numero 1 di Giona, rivista-libro che sonda gli abissi della letteratura.

scrittori e prima guerra mondiale La grande sciagura è un viaggio in tre atti nelle trincee reali e mentali della Grande Guerra. La paura è un racconto di Federico De Roberto al quale è ispirato l’ultimo film di Ermanno Olmi, Torneranno i prati (2014): sul fronte italo-austriaco un cecchino nemico inizia a far fuori uno dopo l’altro i soldati italiani incaricati di fare il turno in una piazzola di guardia.

Di Carlo Stuparich, scrittore triestino arruolatosi come soldato volontario e uccisosi sull’altopiano di Asiago per non cadere in mano austriaca, pubblichiamo per la prima volta in digitale le sue Lettere dal fronte e il Testamento, tratti da Cose e ombre di uno, volume postumo apparso nel 1919 che raccoglie i suoi scritti e le sue lettere.

Chiude questa trilogia di guerra l’Esame di coscienza di un letterato, di Renato Serra, capolavoro della letteratura italiana del primo Novecento, riflessione lucida e tormentata di un intellettuale sulla guerra e sulle sue mistificazioni. Partito anche lui per il fronte, sarebbe morto sul Podgora il 20 luglio 1915.

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Oh, Giacomino!

rubrica_postaInauguriamo la rubrica “La posta di oggi” con una lettera di Pietro Giordani a Giacomo Leopardi.

Milano, 22 aprile (1818).

Mio caro Giacomino, Oh è pur venuta adagio la vostra del 3, arrivata solamente la sera dei 17. Dovrebb’esservi giunta un’altra mia che vi avvisava il mio presto partire da Milano per Piacenza, e quindi il muovermi verso Venezia: dopo che, vedrò pure il mio tanto desiderato Giacomino. Che se in questo intervallo vi occorre di scrivermi, mandate sempre per più sicurezza di non ismarrirmi al quartier generale di Piacenza.

L’autore di quell’articolo frontoniano è l’abate….., che ha riputazione di principale grecista, e di molto dotto; e sa anche alcune lingue orientali. Peccadigli1 di greco parve anche a me di vederne: ma di grossi non me ne accorsi: ben mi parve trovarne di badiali2 in latino. Ma così è, mio caro Giacomino. Fu vero anche assai prima che lo dicesse Giusto, Lipsio, e sarà vero sempre, che Alii habent, alii morentur famam3. Vedete dunque sino a qual segno se ne dee far conto. Grandissimo conto e cura dovete far voi della salute, e non cessar mai di raccomandarvela. Avete avuto l’opera di Monti sulla lingua, della quale è uscito l’altro dì anche il secondo tomo? Riveritemi il signor padre e il fratello. Io ho pure una grande consolazione pensando che in luglio vi vedrò e ci parleremo assai. Addio carissimo ed ottimo e desideratissimo Giacomino. Addio, addio.

Note:

1 Piccoli errori.
2 Madornali.
3 “Alcuni hanno la fama, altri la meritano”.

1915-2015: 100 anni dalla grande sciagura

Maggio 1915: l’Italia dichiara guerra all’Austria-Ungheria e si catapulta così nella Prima guerra mondiale.
Maggio 2015: il numero 1 di Giona ricorderà quel tragico evento con tre autori che la Grande Guerra la vissero in prima persona o la raccontarono: Federico De Roberto, Carlo Stuparich e Renato Serra.

Carlo_Stuparich

Carlo Stuparich (Wikipedia.it)

Se ci rivedremo come voglio io, le prometto che un giorno sarò allegro e leggero. Un giorno. Dopo ci ritireremo nel deserto e farò vita umile umile. Qualche volta però ho uno stranissimo desiderio, che in certi momenti si fa quasi speranza, aspettazione: una catastrofe naturale che ci rovini “tutti”, tutti gli uomini.

Perché queste piccolezze di dolori, allegrie, passioni, questo presente che si dimentica di tutto quello che fu, tutte queste ferite che si rimarginano borghesemente sotto le mani delle damigelle e dame della Croce Rossa e per le beneficenze dei buoni cuori, con le limonate e i gelati e le calze di lana, tutto questo amareggia e fa sì che mi sento ridicolo, per me e per gli altri.

Carlo Stuparich (1894-1915), da una lettera del 21 agosto 1915.

Una fanfola per la Giornata Mondiale della Poesia

In occasione della Giornata Mondiale della Poesia, pubblichiamo una composizione di Fosco Maraini (1912-2004), sommo maestro di supercazzole in versi.

 

Il giorno ad urlapicchio

Ci son dei giorni smègi e lombidiosi
col cielo dagro e un fònzero gongruto
ci son meriggi gnàlidi e budriosi
che plògidan sul mondo infrangelluto,

ma oggi è un giorno a zìmpagi e zirlecchi
un giorno tutto gnacchi e timparlini,
le nuvole buzzìllano, i bernecchi
ludèrchiano coi fèrnagi tra i pini;

è un giorno per le vànvere, un festicchio
un giorno carmidioso e prodigiero,
è il giorno a cantilegi, ad urlapicchio
in cui m’hai detto «t’amo per davvero».

 

(Fosco Maraini, Gnosi delle fànfole, Baldini Castoldi Dalai, 2007)

Qui la versione letta dallo stesso Maraini, accompagnato al piano da Stefano Bollani.

La supercazzola tra sberleffo e fuoco d’artificio

Pubblichiamo di seguito la prefazione al numero zero di Giona, Supercazzola! sproloqui e nonsense letterari. L’ebook è scaricabile qui.

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Illustrazione da Edward Lear, “A Book of Nonsense” (fonte: Wikipedia)

«Tarapìa tapiòco! Prematurata la supercazzola, o scherziamo?»: con queste parole pronunciate dal conte Mascetti (Ugo Tognazzi) in Amici miei (1975), esordiva al cinema la supercazzola. Frase nonsense, miscuglio dadaista di composti aplologici, accozzaglia di parole senza alcun collegamento sensato con cui farsi beffe dell’interlocutore, la supercazzola come procedimento linguistico figura già da secoli nel mondo della letteratura, trovando terreno particolarmente fertile nella poesia e nelle filastrocche infantili. Che cosa sono in fondo i limerick di Edward Lear (autore del Book of Nonsense, 1846) se non delle supercazzole in versi? O il Jabberwocky di Lewis Carroll, altro illustre esempio inglese? Ma anche molti autori di prosa non sono da meno, come scoprirà il lettore di questa raccolta.

Presentiamo in questo libro quattro esempi di supercazzola ante litteram. Il primo, Dibattimento tra il signor di Baciaculo e il signor di Fiutascorregge, tratto dal Gargantua e Pantagruele di François Rabelais, libro II (1532), è il racconto di un surreale processo che vede coinvolti «due grandi signori», i quali, chiamati a deporre, si esibiscono in due articolati quanto incomprensibili sproloqui. Su questo caso così intricato viene chiamato a esprimere un giudizio il gigante Pantagruele: la sua sentenza è un capolavoro di nonsense, che mette d’accordo tutti. Il secondo testo è la X novella della VI giornata del Decameron (1349-1353) di Giovanni Boccaccio, nella quale Frate Cipolla, vittima di una burla, riesce a cavarsi d’impiccio proprio grazie a una predica infarcita di supercazzole.

ciarlatano

G.M. Mitelli (1634–1718), “Il ciarlatano” (fonte: Wikipedia)

Il terzo, Il ciarlatano (1828), è un monologo in forma di “cicalata” scritto da Giuseppe Gioachino Belli. Ne è protagonista il ciarlatano Gambalunga, «arcifanfano della medicina», che attraverso mirabili invenzioni linguistiche si industria a infinocchiare il popolino romano per convincerlo della bontà dei suoi intrugli e delle sue cure. Il quarto, infine, tratto dal Candelaio (1582) di Giordano Bruno, è l’irresistibile dialogo tra Manfurio e Ottaviano; il primo «crede di essere un virtuoso pedagogo, mentre si rivela uno sterile pedante» (Nuccio Ordine), mentre il secondo è uno «spirito faceto» – secondo la definizione dello stesso Bruno – apparentemente succube del latinorum manfuriano, ma che in realtà finisce per farsi beffe del goffo grammatico.

“la supercazzola è anche divertissement, creazione funambolica, fuoco d’artificio godibile in sé e per sé”

Quattro autori diversi per quattro supercazzole di ambito differente: giuridico-tribunalizio (Rabelais), religioso (Boccaccio), medico-scientifico (Belli), letterario (Bruno). A volte la supercazzola è intenzionale, come nel monologo di Gambalunga; altre volte è inconsapevole, come per Manfurio; in certi casi è rozza e inefficace (è il caso di Guccio Imbratta, servitore di Frate Cipolla, che tenta invano di circuire la serva Nuta dicendole che «egli era gentile uomo per procuratore e che egli aveva de’ fiorini più di millantanove, senza quegli che egli aveva a dare altrui, che erano anzi più che meno, e che egli sapeva tante cose fare e dire, che domine pure unquanche») e in altri raffinata e ricca di citazioni (Frate Cipolla stesso); ma sempre risuona come uno sberleffo irriverente, una denuncia – quanto mai attuale – delle derive retoriche e incomprensibili dei linguaggi specialistici o settoriali. E però la supercazzola è anche divertissement, creazione funambolica, fuoco d’artificio godibile in sé e per sé: lo sapevano bene, oltre agli autori qui presentati e ai già citati Carroll e Lear, anche i nostri Burchiello (con i suoi “sonetti alla burchia”, che nel Quattrocento fecero scuola) e Toti Scialoia (1914-1978), fino a Fosco Maraini (1912-2004), teorizzatore della “metasemantica” (in Gnòsi delle fànfole, 1978). E come non ricordare il dantesco «Pape Satàn, Pape Satàn Aleppe»? Insomma, a ben guardare, la letteratura è da sempre tutta una fioritura di supercazzole; per non parlar dell’arte, della moda o della politica (le straordinarie «convergenze parallele» di Aldo Moro, che hanno fatto scuola): ma noi ci fermiamo qui, ché altrimenti il discorso diverrebbe troppo vasto, e rischiamo di antani la mallevadora, e che prematuri.