Giona#03 presenta: Monellerie di Twain e Collodi

Ci siamo presi un anno sabbatico (il 2017) ma ne è valsa la pena. Perché Giona, la rivista-libro in ebook, torna col botto: il numero 3, Monellerie, mette insieme due giganti del calibro di Mark Twain e Carlo Collodi. Nei loro capolavori ci hanno raccontato le avventure picaresche e tragicomiche di Tom Sawyer e Huckleberry Finn il primo, di Minuzzolo e soprattutto Pinocchio il secondo. I bambini e i ragazzini protagonisti dei racconti di Monellerie sono tutti parenti stretti dei suddetti.

cover_giona03_piccolaJames (Storia del bambino cattivo) è un’incorreggibile peste baciata dalla fortuna, a dispetto dei libri del catechismo che prevedono una punizione divina per i suoi atti malvagi; Jacob Blivens (Storia del bambino buono), che ai bambini modello raccontati in quei libri vorrebbe conformarsi, si copre invece costantemente di ridicolo e farà una brutta fine; Il ragazzo di strada è il ritratto collodiano della giovane canaglia che bazzica le vie cittadine, i cui tratti salienti sono «viso sudicio: mani sudicie: tutto il resto sudicio»; Gigino (L’omino anticipato) è il bambino capriccioso che si atteggia ad adulto, con esiti disastrosi; Masino (L’avvocatino) è «spacciatore di bugie all’ingrosso e al minuto, ciarliero, impertinente, rispondiero e avversario implacabile dei libri e della scuola»; Collodi stesso, infine, è l’incorreggibile scolaro discolo protagonista di Quand’ero ragazzo!, episodio gustosamente letterario più che autobiografico come pretenderebbe di essere.

Sei storie di ragazzini pestiferi e bambini sprovveduti, che compongono il mosaico di un’infanzia eroicomica forgiata dall’istinto di sopravvivenza e offrono il pretesto per una satira a volte bonaria, a volte perfida nei confronti della morale e del conformismo dell’epoca.

“Era questa l’ambizione del giovane Jacob Blivens. Voleva che lo includessero in un libro della scuola domenicale. Qualche volta, pensando che i bambini buoni morivano sempre, si sentiva un po’ a disagio. Vivere gli piaceva, sapete com’è, perciò quello era il lato meno piacevole dell’essere il bambino di un libro della scuola domenicale. Sapeva che non era salutare essere buoni.” (Mark Twain, Storia del bambino buono)

“L’uomo che lavora, dice il ragazzo di strada nella sua arguta ignoranza, non può esser fatto a immagine e similitudine di Dio: perché Dio lavorò appena sette giorni e sono ormai seimila anni che si riposa.” (C. Collodi, Il ragazzo di strada)

Giona#03: Monellerie è disponibile in formato epub in tutte le principali librerie online. Scarica gratis un estratto:

La bestemmia secondo Collodi

Anche il sole ha le sue macchie

Caricatura di Collodi realizzata da Angiolo Tricca

Caricatura di Collodi realizzata da Angiolo Tricca

Dall’invenzione della lingua italiana in poi, i fiorentini hanno sempre bestemmiato in pretto italiano.

La bestemmia è una macchia, ne convengo anch’io, sul buon nome di questi eredi legittimi dell’Accademia della Crusca: ricordiamoci per altro (e qui cedo la parola all’Achillini [Claudio, poeta manierista, ndr]) che anche il sole ha le sue macchie.

La bestemmia, in bocca dei fiorentini, perde molte volte il suo carattere ereticale e ci fa piuttosto la figura di un pleonasmo inarmonico, d’una interiezione sguaiata, d’una parafrasi più indecente che rettorica, messa lì per ripieno, tanto da portare in fondo il discorso.

Levate ai fiorentini la bestemmia, e torna quasi lo stesso che portargli via mezzo vocabolario della lingua parlata.

Una sera o l’altra, sul tardi, provatevi a capitare in qualcuno dei quei Caffeucoli quasi sospetti, che, dalla mezzanotte in là, diventano il convegno di certi musi indefiniti e indefinibili, che di giorno non s’incontrano mai; specie di animali misteriosi, che nascono di notte, senza che nessuno ne sappia nulla: nemmeno il questore.

Appena vi siete messo a sedere, vedete, per esempio, entrare nel Caffè un omettino sulla cinquantina.

È Pistagna… il vostro venditore di giornali, che esce da cena.

Pistagna ha le gote vermiglie, l’occhio lustro, e quel passo incerto e vacillante della persona la quale, avendo bevuto un dito di più, comincia a credere con Galileo che la terra si muove davvero.

Appena vi ha finito di sbirciare, s’avvia subito verso di voi e facendo l’atto di volersi sedere al vostro tavolino, domanda tutto complimentoso:

– Che si contenta?

– Padronissimo: posso offrirti qualche cosa?

– Troppo garbato.

– Una limonata? Una gassosa?

– Acqua, mai! Dopo la piena del 44, coll’acqua non ci ho voluto più scherzi. Dice bene il poeta: l’acqua è un elemento infido. Piuttosto, per fare onore alle sue grazie, pieglierò un poncino turco. E con questo, se Dio vuole, sarà l’ottavo turco che stasera mi metto sull’anima.

– Otto turchi in una serata! Se i russi facevano come te, a quest’ora la questione d’Oriente sarebbe finita da un pezzo. E la vendita dei giornali, come va? rende sempre bene?

– A vendere i giornali, lo creda a me, gli è un mestiere fallito. Oggi, qui, a Firenze, i giornali ci vuole più talento a venderli che a scriverli.

– Ma insomma ti danno tanto da mangiare.

– Da mangiare, no: da bere appena.

– Vale a dire che te li bevi tutti.

– Che vuol che faccia? Ho sentito dir sempre che la vita è un sorso… Dunque beviamo.

– E anche stasera, se il lunario dice il vero, tu hai alzato un tantino il gomito.

– Né mi pento. Dio benedetto ha dato il gomito all’uomo per poterlo alzare a tavola. Se no, a che servirebbero i gomiti? a consumare le maniche dei vestiti. –

A questo punto Pistagna, riscaldandosi e gesticolando, urta nel bicchiere del ponce che ha davanti, e se lo rovescia tutto addosso.

– Dio!… – E sta lì lì per dire qualche cosa di grosso: ma poi si ripiglia in tempo e chinandosi verso il vostro orecchio, domanda sottovoce:

– Scusi; per caso che sarebbe anche lei di quelli della «Società orchestrale contro la bestemmia»?

– Neanche per sogno.

– Sicché allora la posso dire? –

E difatti la dice: e dopo averla detta, fa un gran sospirone e brontola fra i denti:

– Ne avevo proprio bisogno! Eppure anche questa l’è una bella prepotenza!

– Cioè?

– Di dire che un libero cittadino non sarà più padrone di bestemmiare, neanche se gli fa bene alla salute. O allora per chi s’è fatta l’Italia? Poeri quattrini spesi bene.

– Peraltro, converrai meco che la bestemmia è una brutta cosa.

– Bruttissima, ma fa un gran comodo. In certi momenti, bisogna che ne convenga anche lei, il moccolo è il vero amico dell’uomo!

– Ma quando tu bestemmi, offendi per lo meno la Divinità.

– Chi ci ha mai pensato? Io con la Divinità non ho avuto mai nulla da spartire. Ognun per sé e Dio per tutti, come dice il proverbio. Del resto, in casa mia s’è bestemmiato sempre, e io da buon figliuolo, seguiterò l’esempio degli avi, perché per me, l’uomo che rinnega la religione de’ suoi padri sarà sempre un vile!

– Levami una curiosità: che sugo ci trovi a bestemmiare?

– A me la lo domanda? sarebbe come domandare a un fiaccheraio [vetturino del fiacre, la carrozza pubblica a cavalli, ndr], che sugo c’è a pigliarsela con Sant’Antonio. Ebbene, la levi Sant’Antonio ai fiaccherai, gli è lo stesso che levargli il pan di bocca. Se non ci fosse Sant’Antonio, con chi vuole che se la pigliasse un povero fiaccheraio, quando gli casca il cavallo, o gli dà balta il legno? Almeno, in una disgrazia, il fiaccheraio sa che c’è un santo da poterlo trattar male e lo tratta peggio di un pellaio: tanto più che Sant’Antonio, per il suo incomodo di essere un santo, non può nemmeno rispondere né alzare le mani. Motivo per cui, io dico sempre al mi’ figliolo…

Carlo Collodi, tratto da Occhi e nasi (1910)