“Io odio i libri scritti male”

Federigo Tozzi (1883-1920) è uno degli scrittori italiani più importanti del Novecento. Ha scritto romanzi (Con gli occhi chiusi, 1919, Tre croci, 1920, Il podere, 1921), racconti e prose. Questo breve scritto è stato pubblicato postumo in «Lo Spettatore Italiano» (15 maggio 1924).

COME LEGGO IO

Apro il libro a caso; ma, piuttosto, verso la fine. Prima di leggere (prego credere che non c’è da ridere troppo) socchiudo gli occhi, per una specie d’istinto guardingo, come fanno i mercanti quando vogliono rendersi conto bene di quel che stanno per comprare. Finalmente, assicuratomi che non sono in uno stato d’animo suscettibile a lasciarsi ingannare, mi decido a leggere un periodo: dalla maiuscola fino al punto. Da come è fatto questo periodo, giudico se ne debbo leggere un altro. Mi spiego.

Fonte: litteratour.tumblr.com

Fonte: litteratour.tumblr.com

Se il primo periodo è fatto bene, cioè se lo scrittore l’ha sentito nella sua costruzione stilistica, mi rassereno. Ma il periodo può esser fatto bene a caso oppure ad arte. Questa differenza la conosco leggendo il secondo periodo; e, per precauzione, leggendone altri, sempre aprendo il libro qua e là. Se questi periodi resistono al mio esame, può darsi ch’io mi convinca a leggere il libro intero. Ma non mai di seguito. Mi piace di gustare qualche particolare, qualche spunto, qualche descrizione, dialogo, ecc. Sentire, cioè, come lo scrittore è riuscito a creare. Se leggessi il libro di seguito, io non avrei modo di giudicare quanto i personaggi «sono fatti bene».

Io li devo interrompere, li devo pigliare alla rovescia, quando meno se l’aspettano; e, soprattutto, non lasciarmi dominare dalla lettura di quel che essi dicono. Bisogna che li tenga sempre lontani da me, in continua diffidenza; anzi, ostilità. Anche i libri mediocri, letti di seguito all’inizio di un nostro stato d’animo che è suscettibile di svilupparsi, possono sembrare, specie lì per lì, molto belli. E più quelli che hanno un senso logico sentimentale o quasi. Ma io non mi lascio convincere. La bravura del mestiere è più che pericolosa. E la buona immaginazione vorrà essere sempre libera e sciolta da qualunque consenso anticipato. Gli «effetti sicuri» sono l’opposto della forza lirica. Gli svolazzi, gli scorci, le svoltate, le disinvolture, i pavoneggiamenti, le alzate della trama non contano niente. Anzi tanto più lo scrittore si è compiaciuto degli effetti cinematografici che potevano ritrarsi dagli elementi della trama (i quali non possono essere altro che esteriori rispetto alla sostanza vera del romanzo) e tanto più egli avrà dovuto trascurare la profondità. Ai più interessa un omicidio o un suicidio; ma è egualmente interessante, se non di più, anche l’intuizione e quindi il racconto di un qualsiasi misterioso atto nostro; come potrebbe esser quello, per esempio, dí un uomo che a un certo punto della sua strada si sofferma per raccogliere un sasso che vede, e poi prosegue la sua passeggiata. Tutto consiste nel come è vista l’umanità e la natura. Il resto è trascurabile, anzi mediocre e brutto.

Don Abbondio che incontra i bravi è indimenticabile, perché è rappresentato con quell’evidenza così completa che da quel che egli pensa e fa soltanto in quei brevi minuti noi possiamo scorgere, con una occhiata, tutta la sua esistenza e tutti gli elementi che la distinguono.

Ser Cepparello da Prato che, nel Decamerone, finge, sul punto di morte, di confessarsi, è grandioso per le stesse identiche ragioni. Senza bisogno che a quell’episodio ci siano appiccicate chi sa quali invenzioni!

Io dichiaro d’ignorare le «trame» di qualsiasi romanzo; perché, a conoscerle, avrei perso tempo e basta. La mia soddisfazione è di poter trovare qualche «pezzo» dove sul serio lo scrittore sia riuscito a indicarmi una qualunque parvenza della nostra fuggitiva realtà.

Con il mio sistema, che del resto è soltanto per mio uso e consumo, io scompongo intuitivamente qualunque libro; e posso, senza scomodarmi, tener d’occhio lo scrittore in tutti suoi elementi. Così, ci vuol poco anche a sentire quanto «pensiero» c’è dentro; perché il temperamento di un qualsiasi scrittore si conosce soltanto mettendolo a prove decisive.

I libri scritti «male» io non li leggo. Perché per quanto «ingegno» possa avere il loro autore, è evidente che questo ingegno non ha avuto il modo d’esplicarsi. E gli uomini che hanno avuto qualche cosa da dire, hanno scritto bene; appunto perché scrivere bene significa essere padrone della propria intelligenza e della propria sensibilità. Chi non conosce abbastanza la lingua italiana, dovrebbe scrivere nel suo dialetto; o, per lo meno, articolare la sua sintassi non ad orecchio ma secondo le regole naturali del suo dialetto.

Ma io non sono un beghino; e so che qualunque parola può essere adoprata se lo scrittore riesce a mettere dentro ad essa un significato. Allora, quella parola diventa, necessariamente, bella e buona. Basta che sia di casa nostra, e non importa se figlia d’ignoti.

Ma molti scrittori pigliano di squincio le parole; le adoprano, cioè, non perché siano stati costretti a scegliere quelle e non altre. Le adoprano con una psicologia approssimativa; e, naturalmente, i loro libri son sempre incapaci a entrare nella realtà e nella storia del pensiero. Sono i libri, che non aggiungono mai niente a quello che è stato detto dagli altri.

Invece, tutte le parole sono belle lo stesso se adoprate proprio nel momento propizio; come se fossero corde stonate o intonate.

Ma, tornando all’argomento, dirò che un periodo scritto male ma di buono scrittore, si distingue subito da un periodo scritto male e di cattivo scrittore. Non è possibile ingannarsi, quando ci s’ha un poco di pratica! Come il cassiere di banca, che sente subitamente se un biglietto è falso o è buono. O come il contadino che al colore del pampano riconosce se la vite è stata assistita o no.

Io odio i libri scritti male, non solo perché sono inutili; ma perché guastano il gusto dei lettori non preparati abbastanza. Essi, inoltre, m’irritano da pigliare a pugni chi li ha scritti.

Come si vede, il mio io conta, per me, parecchio; ma questa specie di regola spontanea e gradevole mi è confermata, per esempio, dalla lettura del Decamerone; dove qualunque frammento che io prenda, il più arbitrario, è vivo di per sé stesso; e, per piacermi, non ha bisogno di tirare il fiato dall’altro testo che ha attorno a sé. Le figure dei personaggi hanno subito un rilievo, parola per parola, anche se io smettessi di leggere dopo qualche periodo. E nessuna situazione, come sogliono dire i più, non ha bisogno di addossarsi alle altre; per trovarla degna d’attenzione.

Ma queste sono regole elementari! Mi si può dire. E io rispondo: ragione di più, perché io mi attenga ad esse e non ad altre confezioni o di moda o rettoriche.

Come si vede, io sono un «pessimo» lettore; e, quel che è peggio, me ne vanto.