Incontro, di Maria Messina

Pubblichiamo un racconto di Maria Messina (1887-1944), tratto dal numero 2 di Giona, Le solitarie.

Incontro (da Il guinzaglio)

La funicolare stracarica scendeva faticosamente, cigolando.
Un operaio stanco e affumicato, un attillato giovanotto, sbirciavano con la stessa espressione di desiderio una donnina dipinta che mostrava a tutti le lunghe gambe velate di seta color d’oro e riempiva le carrozze di un acuto profumo dolciastro. Anche una piccola studente anemica la contemplava estatica, tenendo fra le mani un grosso quaderno. Un bambino guardava gli sportelli, troppo lontani dal suo posto, con l’accorato desiderio di poter vedere la nera galleria sulla quale scivola il carrozzone, per incontrarsi nel buio più fitto, col carrozzone compagno che sale carico di gente e di rossa luce.
La signora Caterina Molli, rannicchiata in un mezzo posticino, in fondo alla panca, attenta a non lasciar cadere qualcuno dei piccoli involti che teneva radunati sulle ginocchia, era oppressa dall’impazienza di giungere. Preparava le sue giustificazioni ai rimproveri della suocera, alle osservazioni della cognata, alle lagnanze del marito, stizzito dall’attesa che gli pareva sempre troppo lunga.
Prima e dopo la funicolare c’era un bel pezzo di strada a piedi. Per avere il caffè e lo zucchero si doveva fare la fila: una fila di ore ed ore. Riso non ne portava. Ma zucchero sì.
Se la casa nuova restava tanto lontana dalle botteghe che disponevano delle loro tessere, era inutile lamentarsi sempre della stessa cosa!
— Non è colpa mia, se ci rimetto i soldi del viaggio e le scarpe che si sciupano!
— Certo, certo, non dico che sia colpa tua! Ma le scarpe sono rotte, e a comprarne nuove… Se tu volessi guardare le scarpe da donna, vedresti che prezzi! Ma tu non le guardi…
— Per ora esco io, a fare la spesa, perché tua sorella è senza cappello. Ma presto resterò in casa anche io, e potrò riposare…
Riposare? Caterina ripeté fra sé e sé: riposare?
Ah! Povera Cate, è forse un riposo stare chiusa dentro poche stanze, in mezzo a gente che non ti vuole bene? accanto alla cognata che grida per ogni piccolo incidente, accanto alla suocera che borbotta se c’è freddo o se c’è caldo, se digerisce bene o se digerisce male, accanto al marito già vecchio che va tutto il giorno dal terrazzo alla saletta, con la pipa in bocca, presenziando le faccende domestiche, trovando a ridire su tutto?
Caterina sospirò grosso, e levò gli occhi dagli involti.
Allora un rotondo signore, che la osservava da un pezzo, esclamò, toccandosi il cappello:
— Scusi, lei non è la signorina Zerbolin?
— E lei? — rispose Caterina freddamente.
Ma udendo il nome di lui, pronunziato a bassissima voce, mormorò:
— Oh!
E la sorpresa le riempì di luce il volto appassito.
— Volevo essere sicuro — continuò lui. — Mi pareva e non mi pareva di riconoscerla. I suoi lineamenti sono rimasti gli stessi.
— Gli stessi!
— Sì, gli stessi. E lo sguardo! Non poteva essere di un’altra! Vede che l’ho riconosciuta dopo tanti anni!
Ella arrossì fino alla fronte, sotto il velo nero.
— È sempre con la sua sorella maritata? Con suo cognato che…
— È morto.
— Morto…
— Non è più qui, mia sorella. Rimasta vedova è tornata lassù coi figli.
Parlavano a voce più alta, perché i fatti che rammentavano non rivelavano niente di intimo alle orecchie di chi non sapeva, e perché il rumore della funicolare, avvicinandosi alla solita meta, era più forte.
Pure le gente, divagata, quasi incuriosita da quel tono di voce così caldo e ansioso — che avrebbe dovuto appartenere a uomo più giovane e meno panciuto — cercava di afferrare qualche frase.
— …Gabriella…
— …morta…
— …Emanuele…
— …sposato…
— …Luisa…
— …lontana dall’Italia…
Quanti morti, quanti assenti…
Egli si ricordava di tutti, con precisione.
— E lei adesso?
— Vivo solo, laggiù nel mio paese.
— Viene spesso qui?
— No. Mai. Son venuto ieri per necessità. Ora torno alla stazione.
— C’è un tram che va diritto alla ferrovia.
— Già, c’è un tram che va diritto… Chi avrebbe pensato… Quante cose dal tempo che venivo a studiare, e lei era una bambina… Anni e anni, che ora mi paiono giorni.
Tacque un poco, rivedendo — oh, come diversa! oh, come lontana e vaporosa! — l’immagine di Caterina.
Ripigliò lentamente, cercando le parole:
— La vita ci inganna, pur troppo… La giovinezza… ci conduce sulle ali… verso chimere molto alte… molto alte… e poi…
Incespicò, si sforzò a spiegarsi:
— …e poi ci accorgiamo degli abissi che si aprono sotto il nostro volo…
Ma continuando a guardare Caterina si accorgeva che il suo vestito nero era arrossato, che un velo bucato copriva un cappellino di velluto spelacchiato, che le sue mani senza guanti erano ruvide e sciupate.
Si pentì delle parole dette, come se avesse urtato, camminando, un uomo che sta per cadere.
Volle riparare:
— …ma questi abissi… o meglio questi voli…
Caterina sbirciò inquieta i viaggiatori che sorridevano un poco della rettorica del vecchio provinciale. La donnina dipinta ammiccava il giovanotto e le loro labbra si incresparono per la stessa smorfia d’ironia.
— Ora tutto è cambiato — disse forte, celando l’emozione che le faceva tremare i ginocchi. — Ora non dobbiamo pensare ad altro che a cose umili, alla spesa che costa tanto…
Egli rispose, guardandola con una curiosità così appassionata che non l’offendeva:
— Sì, oggi pare che i giovani abbiano una pietra pòmice al posto del cuore. Corrono verso il piacere materiale…
Il cigolìo portò via le ultime parole.
— In paese si deve spendere di meno! — esclamò Caterina, sempre più turbata, fingendo di non avere udito.
Egli tacque, alla brusca e fredda interruzione, osservando le mani di lei, così diverse dalle morbide mani che aveva sognato invano.
Volle domandarle che facesse suo marito (aveva, sì, il massiccio cerchietto d’oro al dito…) dove abitasse, come vivesse…
Ella udiva le domande non dette, e arrossiva abbassando le palpebre tessute di piccolissime grinze.
La funicolare si fermò e parve che gli sportelli, spalancandosi tutti in una volta, rovesciassero la folla sulle scale.
Ognuno si affrettò.
Caterina scese lentamente, quasi avesse dimenticato la via da percorrere a piedi, la premura di giungere per non farsi sgridare troppo.
Ma improvvisamente temette che egli volesse seguirla.
Sul cancello gli disse:
— Salutiamoci. Il tram è vicino.
— Sì, è vicino.
E continuò a camminare al suo fianco, lentamente, mentre la folla si sbandava nella piazza, nei due marciapiedi.
Caterina arrossì più forte; ma fu quasi lieta che egli non la volesse ancora lasciare.
— E suo marito?
— È pensionato…
— È buono?
— Oh, sì.
— Le vuol bene?
— Oh, sì.
— Ha bambini?
— No.
— È almeno felice?
— Crede alla felicità, lei?
— Ha ragione.
Rispondeva docilmente, trasognata.
Nelle brevi esitanti domande sentiva una sola parola — che veramente saliva alle labbra di lui —, che lui non ardiva pronunziare.
— Io ti adoravo! Io ti adoravo!
— Io ti adoravo! — le ripetevano i confusi fuggenti rumori della strada.
— Io ti adoravo! — ripeteva il vento leggero, accarezzandole il volto con rude e pungente carezza.
Era piovuto, e il crepuscolo mandava un po’ di sole che si era tutto raccolto, per un attimo, su due alberi spogli tingendo di rosso le grandi chiome traforate. Un attimo: gli alberi rosso e oro parvero rabbrividire mostrando di nuovo, improvvisamente, le rame nude e scolorate.
— È la stessa! — ripeté lui. — Lo stesso sguardo, le stesse fattezze che il tempo ha cercato di sciupare!
— Lei no.
— Sono molto cambiato?
— Moltissimo. Era così magro, così timido, così…
Si interruppe, confusa. Egli completò la frase:
— Così povero. Così meschino. Non promettevo niente, a suo cognato…
Ella trasalì, come se l’avessero rimproverata. Uno degli involtini cadde: del caffè si sparse sul marciapiede mezzo deserto.
Egli si piegò faticosamente a raccattarlo, a chicco a chicco, con umiltà, tenendosi il cappello che il vento gli voleva strappare.
— Ebbene, salutiamoci — ripeté Caterina. — Non deve partire stasera?
— Certo, debbo partire.
Si sorrisero, e sulle labbra tremarono le parole che ciascuno ricacciava indietro, come lacrime.
Caterina si allontanò rapidamente, un po’ curva, nella smorta luce, portando dentro di sé la sua ardente voglia di parlare aperto all’amico di un giorno che non l’aveva dimenticata, perdonandola.
Egli restò a guardarla, chiamandola senza muovere le labbra, come l’aveva tante volte chiamata, mentre era un povero rozzo studente.
Allora ella rideva di lui, con le limpide e crudeli risate di fanciulla, e il cognato lo giudicava male.
Il tempo si diverte a mutare le sorti degli uomini… Ma a che gli serviva l’amara e inutile rivincita che il tempo gli aveva regalata?
I tram giungevano di corsa, si fermavano, ripartivano scampanellando. Egli non vedeva nulla, altro che l’immagine della sua innamorata giovinezza.
Poi si scosse e pazientemente aspettò, nella folla, il tram che doveva portarlo alla stazione.

 

Biografia di Maria Messina

Nacque ad Alimena (Palermo) nel 1887, figlia di un maestro elementare e di una discendente di una famiglia nobile decaduta. Cresciuta tra le ristrettezze economiche, non poté frequentare le scuole e la sua unica formazione la ricevette tra le mura domestiche, sotto la guida di suo padre e suo fratello. Nel 1903 si trasferì con la famiglia a Mistretta (Messina), dove restò fino al 1906. Nel 1909, dopo aver pubblicato la raccolta di novelle Pettini fini, intraprese uno scambio epistolare con Giovanni Verga, che la incoraggiò a proseguire la sua carriera letteraria. Nel 1911 pubblicò la seconda raccolta, Piccoli gorghi, che le valse una segnalazione di Giuseppe Antonio Borgese. Dopo nuovi trasferimenti in Umbria, Marche e Toscana, si stabilì durante la prima guerra mondiale a Napoli, dove la sua famiglia trovò finalmente una relativa tranquillità economica. Qui iniziò la sua collaborazione con il Corriere dei Piccoli, con racconti e romanzi a puntate. Del 1920 è il suo primo romanzo, Alla deriva, subito seguito da Primavera senza sole. Nel 1921 pubblicò le raccolte Il guinzaglio, Personcine, Ragazze siciliane e il romanzo La casa nel vicolo. Nel 1923 è la volta del romanzo Un fiore che non fiorì, seguito da Le pause della vita (1926) e L’amore negato (1928). Negli anni Trenta si ammalò di sclerosi multipla, che la portò a rinchiudersi in un progressivo isolamento. Morì nel 1944 a Masiano, nei pressi di Pistoia, dove si era rifugiata in seguito ai bombardamenti che avevano colpito la città toscana.

Alcuni articoli e materiale online

Maria Messina (biografia dettagliata della scrittrice, analisi delle opere, ricognizione sulla critica con una ricca bibliografia, a cura di Lucio Bartolotta);
Maria Messina (elenco delle opere pubblicate, bibliografia critica a cura di Patrizia Zambon);
Una realtà da scontare (di Anna Maria Bonfiglio);
Maria Messina, scrittrice da rileggere (di Pina Mandolfo);
Sulla soglia: la narrativa di Maria Messina (di Maria Serena Sapegno, in pdf);
E, naturalmente, Maria Messina su wikipedia.

cover_giona02_piccolaGiona#02: Le solitarie (con racconti di Maria Messina, Anna Negri, Paola Drigo, Augenia Codronchi Argeli) è disponibile in ebook sulle principali librerie online, tra cui:
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Giona#02: Le solitarie

giona02Il numero 2 di Giona, rivista-libro che sonda gli abissi della letteratura, rende omaggio a quattro scrittrici italiane della prima metà del Novecento ingiustamente finite ai margini della storia letteraria (Maria Messina, Ada Negri, Paola Drigo, Eugenia Codronchi Argeli) pubblicando una selezione dei loro racconti più belli.

Le donne di Negri, Messina, Drigo e Codronchi Argeli hanno in comune una sconfinata solitudine, prima di tutto interiore, in un mondo – quale era l’Italia di allora – dall’impronta ancora patriarcale, dove il posto della donna era in casa, ad accudire la famiglia, o al lavoro, sfruttata, e comunque sempre all’ombra del padre o del marito. L’alternativa era l’emarginazione, come per la Nanna protagonista di L’amore di Paola Drigo.

Maria Messina, siciliana, fu molto apprezzata da Giovanni Verga e Giuseppe Antonio Borgese; in seguito, negli anni Ottanta, fu riscoperta da Leonardo Sciascia che la definì “una Mansfield siciliana”.

La prosa asciutta, intima e dolente di Ada Negri, lombarda, fu molto apprezzata, tra gli altri, da Cesare Pavese.

La veneta Paola Drigo, dal canto suo, nonostante il successo che ebbe in particolare con il romanzo Maria Zef (1936), dal quale furono tratti due film (uno diretto da Luigi De Marchi nel 1953 e uno per la regia di Vittorio Cottafavi, nel 1981), è finita per anni nel dimenticatoio e solo di recente si è assistito alla ristampa di alcune sue opere presso piccoli editori come Il Poligrafo e Carabba, grazie anche al lavoro prezioso di Patrizia Zambon.

Sulla romagnola Eugenia Codronghi Argeli, invece, a parte qualche racconto incluso in un paio di antologie pubblicate da Bulzoni negli anni Novanta, regna ancora il silenzio.

Giona#02: Le solitarie è in corso di pubblicazione su tutte le principali librerie online. Attualmente è già disponibile a 2,49 euro su:

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“La grande sciagura”. Prefazione

Pubblichiamo di seguito la prefazione a Giona #01, La grande sciagura. Scrittori e prima guerra mondiale. Per scaricare gratis un estratto o acquistare l’ebook a 1,99 €, clicca qui.

Giona #01: La Grande Guerra dell’Italia, cento anni dopo

Soldato italiano con proiettili austriaci

nella foto: soldato italiano con proiettili austriaci

Morire non ripiegare!
(ordine del giorno del generale Cadorna, 7 settembre 1917)

Cento anni fa, il 23 maggio 1915, l’Italia dichiarava guerra all’Austria-Ungheria, entrando così nel primo conflitto mondiale. A questa infausta ricorrenza è dedicato questo numero (il numero 1!) di Giona: un viaggio in tre atti nelle trincee reali e mentali della Grande Guerra attraverso le parole di tre scrittori d’eccezione, Carlo Stuparich, Renato Serra e Federico De Roberto. I primi due parteciparono al conflitto in prima persona, perdendovi la vita; il terzo ne fece il soggetto di alcuni racconti scritti nella fase più tarda della sua attività letteraria, le cosiddette “novelle della guerra”.

Di queste ultime la migliore è senz’altro La paura, pubblicata per la prima volta su “Novella” il 15 agosto 1921, e qui riproposta in apertura del nostro viaggio nella “grande sciagura” (la definizione è di De Roberto stesso).

Sul fronte italo-austriaco, un cecchino nemico inizia a far fuori uno dopo l’altro i soldati italiani incaricati di fare il turno in una piazzola di guardia. È questo il nucleo narrativo, crudo e semplice, attorno al quale prende le mosse e si sviluppa in un climax inarrestabile di tensione – fino allo sconvolgente finale ­– La paura. L’autore de I viceré costruisce un congegno narrativo perfetto, di straordinaria modernità: ambientato in un’immaginaria Valgrebbana, La paura ci offre uno spaccato realistico della vita in trincea che è anche un atto d’accusa contro la guerra e la sua assurdità. Il cecchino nemico, invisibile e apparentemente invincibile, assurge a simbolo metafisico del male, di fronte al quale cade ogni retorica bellica e rimangono gli uomini, con tutta la loro fragilità e verità: “se la morte è lì, acquattata, vigile, pronta a balzare e a ghermire; se bisogna andarle incontro fissandola negli occhi, senza difesa, allora i capelli si drizzano, la gola si strozza, gli occhi si velano, le gambe si piegano, le vene si vuotano, tutte le fibre tremano”. E accanto alla paura di morire, emergono anche il disappunto e la rabbia muta e impotente dei soldati nei confronti di chi li ha mandati a morire: “il cruccio e lo sdegno contro i fieri proponimenti ostentati dagli imboscati, dagli eroi da poltrona, dagli speculatori che lucravano sulla grande sciagura”. De Roberto, che pure prima dello scoppio della guerra si era espresso a favore di un moderato interventismo (come interventista del resto era stato Giovanni Verga, suo maestro dichiarato), con La paura mette a nudo l’atrocità della guerra e l’ipocrisia che ne alimenta il mito, con una forza espressiva che ricorda quella di un altro capolavoro della letteratura antimilitarista, Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu.

Cadorna e ufficiali

nella foto: Cadorna e ufficiali

Proprio sull’altipiano di Asiago morì, togliendosi la vita per non cadere in mani nemiche, il ventunenne Carlo Stuparich. “[…] adesso è epoca di dovere e di sacrifizi e l’uomo può liberarsi dal suo egoismo abitudinario, adesso si vive un poco più per gli altri”: così aveva scritto in una lettera del 1° giugno 1915 annunciando la sua partenza imminente per il fronte insieme al fratello Giani e a Scipio Slataper (autore de Il mio Carso, morto sul Podgora pochi mesi prima di Stuparich). Le sue Lettere dal fronte, insieme al suo Testamento, costituiscono il secondo atto del nostro percorso. Come il fratello Giani e come Slataper, Carlo Stuparich era irredentista e partì volontario per il fronte mosso dal desiderio di restituire la natìa Trieste all’Italia. Animato da ideali mazziniani e da un sincero patriottismo libero da ogni forma di imperialismo, Carlo era però anche uno spirito inquieto e come tanti altri della sua generazione, che si raccolsero attorno alla rivista “La Voce” di Giuseppe Prezzolini, sentiva la crisi della civiltà europea e vedeva nella guerra un’occasione di riscatto, pur tra dubbi e ripensamenti: “tutti questi morti dignitosamente, e i grandi sforzi collettivi, le grandi risoluzioni dei governi gridano: l’Europa è eroica e dimostra una forza viva che non ha mai dimostrato, mentre fino a ieri faceva il suo cotidiano giro attorno al sole come un borghese ordinato, e non produceva nulla che meritasse veramente il nome di geniale. Nondimeno lo scetticismo fine fine non vuol svaporare”, scrive il 22 ottobre 1915. E il giorno seguente aggiunge: “Talvolta il pensiero che può darsi il caso ch’io sopravviva a questa guerra con tutti quelli che mi son più vicini non mi dà nessuna gioia; perché ho un presentimento ch’io non potrò svolgermi più altro che ripetere quotidianamente la mia poverissima vita”. Ma oltre alle inquietudini esistenziali, nelle sue lettere emerge anche la durezza della vita in trincea: “Da tre giorni dormo nel fango, tra il fango col fango, mangio e bevo misto a fango, respiro fango, le mia pelle le mie ossa sono infangate”. Nelle sue lettere Stuparich non nasconde le difficoltà, la nostalgia lancinante per i suoi luoghi e i suoi cari, l’isolamento e il presentimento di morte che sempre l’accompagna.

nella foto: postazione italiana nell'altopiano sull'isonzo

nella foto: postazione italiana nell’altopiano sull’isonzo

La nostra “trilogia” di testi sulla guerra si chiude con l’Esame di coscienza di un letterato, di Renato Serra, una delle opere più importanti della letteratura italiana del primo Novecento. Mentre infuriava il dibattito tra interventisti e neutralisti (l’Italia sarebbe entrata in guerra due mesi dopo), Serra, intellettuale orgogliosamente defilato e “di provincia”, scrivendo dalla sua Cesena demolisce una a una tutte le presunte ragioni a favore della guerra, rivelandone anche tutte le mistificazioni: “la guerra non cambia niente. Non migliora, non redime, non cancella; per sé sola. Non fa miracoli. Non paga i debiti, non lava i peccati”. E, per quanto riguarda la letteratura: “è inutile sperare che i letterati ritornino cambiati, migliorati, ispirati dalla guerra”. L’Esame esprime tutto il dissidio interiore di un uomo sospeso tra l’adesione a una letteratura libera, svincolata da ogni preteso impegno politico e sociale, e il desiderio di sottrarsi a una sensazione di impotenza di fronte ai grandi eventi che segnano la vita dei popoli (“Fra mille milioni di vite, c’era un minuto per noi; e non l’avremo vissuto”), facendosi uomo tra gli uomini, nel nome di una fratellanza che possa immergerlo nel flusso della vita, restituire un senso all’esistere: “Si ha voglia di camminare, di andare. Ritrovo il contatto col mondo e con gli altri uomini, che mi stanno dietro, che possono venire con me”. L’adesione di Serra alla guerra non è dunque ideologica o politica, ma esistenziale: “Mi contento di quello che abbiamo di comune, più forte di tutte le divisioni. Mi contento della strada che dovremo fare insieme, e che ci porterà tutti egualmente: e sarà un passo, un respiro, una cadenza, un destino solo, per tutti”. Partito volontario per il fronte, sarebbe morto sul Podgora, quattro mesi dopo aver scritto queste parole, il 20 luglio 1915.

Giona

Giona#01: La grande sciagura

Cento anni fa, il 23 maggio 1915, l’Italia dichiarava guerra all’Austria-Ungheria, entrando così nel primo conflitto mondiale. A questa  ricorrenza è dedicato il numero 1 di Giona, rivista-libro che sonda gli abissi della letteratura.

scrittori e prima guerra mondiale La grande sciagura è un viaggio in tre atti nelle trincee reali e mentali della Grande Guerra. La paura è un racconto di Federico De Roberto al quale è ispirato l’ultimo film di Ermanno Olmi, Torneranno i prati (2014): sul fronte italo-austriaco un cecchino nemico inizia a far fuori uno dopo l’altro i soldati italiani incaricati di fare il turno in una piazzola di guardia.

Di Carlo Stuparich, scrittore triestino arruolatosi come soldato volontario e uccisosi sull’altopiano di Asiago per non cadere in mano austriaca, pubblichiamo per la prima volta in digitale le sue Lettere dal fronte e il Testamento, tratti da Cose e ombre di uno, volume postumo apparso nel 1919 che raccoglie i suoi scritti e le sue lettere.

Chiude questa trilogia di guerra l’Esame di coscienza di un letterato, di Renato Serra, capolavoro della letteratura italiana del primo Novecento, riflessione lucida e tormentata di un intellettuale sulla guerra e sulle sue mistificazioni. Partito anche lui per il fronte, sarebbe morto sul Podgora il 20 luglio 1915.

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